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Hillary Clinton su Chavez

" Crediamo che sia necessario avere un dialogo tra gli Stati Uniti e il Venezuela su una serie di questioni" ha detto la segretaria di Stato USA, Hillary Clinton, in una intervista concessa alla televisione venezuelana Globovision. " Chiediamo di poter discutere quello che vediamo. E parte di quello che speriamo di vedere nei prossimi mesi in Venezuela è un riconoscimento che si possa essere un leader molto forte ed avere opinioni forti senza tentare di prendere troppo potere e di imporre il silenzio a tutti i suoi critici".

Parole che non hanno bisogno di commento. E' il primo pronunciamento chiaro sul "regime" che sta instaurando Chavez.



 
pubblicato da lucianoconsoli il 8/7/2009 alle 19:27
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tags: Chavez venezuela Hillary Clinton

HONDURAS: LA SOLUZIONE PASSA DA WASHINGTON


washington, 7 lug - passa dal presidente del costa rica, oscar arias, ed attraverso gli uffici del dipartimento di stato di washington, la soluzione della crisi in honduras, che ha portato alla deposizione del presidente democraticamente eletto, manuel zelaya, e al regime del presidente de facto roberto micheletti. oggi zelaya si è incontrato con il segretario di stato usa, hillary clinton. un incontro che gli usa hanno preferito in un primo tempo trattare in modo molto riservato, senza anticiparne nè l'ora nè il luogo. poi, è stata la stessa clinton a presentarsi al consueto briefing previsto quotidianamente al ministero degli esteri, per dire che "una soluzione alla crisi è possibile". la soluzione è questa: è opportuno che zelaya eviti "il confronto diretto" con coloro che il 28 giugno scorso hanno guidato il colpo di stato in honduras, ed accetti l'ipotesi secondo cui il presidente del costa rica possa fare damediatore tra le parti in causa. "invitiamo le parti a cessare ogni violenza e a cercare una pacifica e durevole soluzione costituzionale, per mettere fine attraverso al dialogo alle divisioni in corso in honduras" ha affermato hillary clinton dopo l'incontro con zelaya. il quale dal canto suo, sia arrivando che lasciando il dipartimento di stato, ha evitato di fare dichiarazioni ai giornalisti. dopo l'incontro si è limitato a confermare l'ipotesi secondo cui la soluzione della crisi dovrebbe essere basata sulla risoluzione adottata dall'onu, che prevede il suo ripristino "immediato e senza condizioni" alla presidenza. mentre il presidente deposto parlava con la clinton, nelle stesse ore una delegazione di parlamentari honduregni facenti capo a micheletti ha tenuto a sua volta nella sede della stampa estera di washington una conferenza stampa. motivo dell'iniziativa era quello di chiarire le ragioni "degli equivoci e dei fraintendimenti" nati nella comunità internazionale successivamente al 28 giugno, giorno in cui zelaya fu caricato su un aereo e portato fuori confine dai suoi stessi militari. a dare quell'ordine era stata la corte suprema dell'honduras, la quale anche oggi ha ribadito la sua posizione: zelaya potrà fare rientro nel suo paese solo se il congresso dell'honduras sarà disposto a concedergli l'amnistia. nel frattempo micheletti ha accettato l'ipotesi, caldeggiata da washington, di una mediazione di arias.

 

Fin qui i fatti del giorno,senz’altro confortanti per il povero paese centroamericano. Le considerazioniperò non sono altrettanto confortanti. Infatti tutta la vicenda ha dimostrato:

  1.            che la OEA non è stata capace di contenere la sua componente “bolivariana” che ne ha egemonizzato e condizionato le scelte.
  2.        che in conseguenza a questa egemonia la OEA ha perduto una grande occasione per dimostrare la sua capacità di intervenire e risolvere le questioni tra i paesi membri senza ricorrere a “papà gringo”,ovvero all’odiato imperialista per alcuni o all’ingombrante vicino per altri.
  3.            che gli Stati Uniti di Obama sono veramente cambiati e se la OEA non ne prenderà rapidamente atto perderà molta della sua influenza. Non credo sia un caso se Fidel ha giudicato la OEA “serva degli imperialisti”.

A margine di tutto ciò, non posso fare a meno di segnalare come un morto in Honduras ha portato al ritiro di tutti gli ambasciatori da Tegucigalpa, ma la strage in Cina di almeno 156 oppositori al regime di Pechino non ha suscitato reazioni. La vita e i principi democratici non sono ovunque uguali, o almeno non lo sono se di mezzo ci sono dei “fondi sovrani” che investono e sostengono i paesi cosiddetti “industrializzati". Il povero Honduras si muore di fame e lo si può isolare, ma la Cina…. E se poi non copre più il 25% del debito americano e parte di quello europeo? Chi ci paga la pensione?

Alla prossima.

  


            

          

   

pubblicato da lucianoconsoli il 7/7/2009 alle 23:31
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tags: usa cina hillary clinton chavez cuba obama honduras

Honduras: golpe su golpe

Quello a cui stiamo assistendo in Honduras non è un golpe di Stato, ma ben due illegalità che si sovrappongono e minacciano la fragile unità raggiunta nel continente latino americano in questi ultimi mesi. Vediamo i fatti: il Presidente eletto Manuel Zelaya propone un referendum popolare che si doveva tenere proprio oggi, 28 giugno 2009, per cambiare la Costituzione dell’Honduras in modo da poter eliminare l’impossibilità di rielezione per più mandati allo stesso Presidente. Esattamente quello che ha fatto qualche mese fa il suo protettore e gran elemosiniere di petrolio Hugo Chavez. Il Congresso dello Stato ( il Parlamento eletto ) non appoggia la proposta del Presidente e all’interno dello stesso partito di Zelaya molti si dichiarano contro. Il Tribunale Supremo Elettorale dichiara illegittima la consultazione referendaria e si appella alla Corte Suprema della Fiscalità ( che presiede all’applicazione delle leggi) che da ragione al Tribunale Elettorale. Ma Zelaya si appella al popolo e tira dritto sostenendo in un recente comizio che bisognava passare dalla democrazia rappresentativa a quella partecipativa, mettendo in discussione quindi anche il Congresso dei deputati eletti dal popolo. A questo punto il Presidente, come capo supremo dell’esercito ordina al capo di Stato Maggiore dell’esercito di procedere con la preparazione del referendum. Il Capo di Stato maggiore si rifiuta e Zelaya lo destituisce. A questo punto lo stesso Ministro della Difesa del governo del Presidente Zelaya si dimette e la Corte Suprema di Giustizia ordina il reintegro del capo di Stato Maggiore dell’esercito.  Un vero e proprio scontro istituzionale che vede da una parte il Presidente che chiede la rielezione e il cambio di Costituzione e tutti gli altri organi costituzionali dall’altra. In una democrazia solida si sarebbe avviato un processo di messa in stato d’accusa del Presidente, un Impeachment insomma che avrebbe chiarito le posizioni e salvato la democrazia. Ma l’Honduras è una giovane democrazia e il referendum incalzava e così nella notte prima delle elezioni, su ordine della Suprema Corte di Giustizia, l’esercito esce dalle caserme, arresta il Presidente e lo deporta nella vicina Costarica. Poche ore dopo, mentre da Tegucigalpa, capitale del Costarica, Zelaya in una conferenza stampa si dice ispirato dalla “voce di Dio e del popolo” ( ricorda purtroppo anche questo il nostro unto dal signore), il congresso dei deputati dell’Honduras, all’unanimità, dichiara destituito Zelaya e elegge il nuovo Presidente nella persona di Roberto Micheletti, Presidente del Congresso stesso. Chavez prende la palla al balzo e fa il suo show, dichiarando che è colpa degli americani, ma quando Obama si dice preoccupato e Hillary Clinton e Dan Restrepo, responsabile della Casa Bianca per l’America latina, dichiarano che deve essere ristabilita la legalità e che nel bene e nel male gli USA non interverranno, allora Chavez ci ripensa e minaccia di guerra l’Honduras se non rilasciano il suo Ambasciatore (che ovviamente nessuno ha toccato). Insomma la sintesi è la seguente: Zelaya ha commesso un delitto contro la Costituzione (art. 4, 321, 322 e 323 della stessa che proibisce a chiunque, anche al Presidente, di disobbedire ai tre poteri, legislativo,esecutivo e giudiziario), ma i tre poteri hanno commesso un delitto facendo intervenire l’esercito, occupando il palazzo presidenziale e destituendo il Presidente senza regolare imputazione e giudizio. Insomma una brutta storia che ci riporta indietro di tanti anni e da fiato alle ali più populiste e demagogiche del continente latino americano. E ovviamente non poteva mancare il prode Fidel redivivo, dopo aver fatto ammalare per punizione il fratellino Raul.

pubblicato da lucianoconsoli il 29/6/2009 alle 3:22
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tags: hillary clinton obama fidel castro hugo chavez honduras costarica zelaya

Fidel rifiuta l'invito dei "fratelli latinoamericani"

La Organizzazione degli Stati Americani (OSA) ha deciso con 33 voti su 34, "senza condizioni", di avviare i colloqui con Cuba per il suo ingresso nell'organizzazione, dopo la esclusione del 1962. Ieri è arrivata la risposta del Lider Maximo, che è stata ovviamente negativa. In un articolo chilometrico (nello stile di quelli domenicali di Eugenio Scalfari) Fidel ha rifiutato l'invito dei suoi "fratelli latinoamericani" definendo l'OSA una organizzazione che rappresenta gli interessi degli imperialisti americani". A parte il fatto che gli USA, con Hillary Clinton non hanno votato e si sono dichiarati contrari e che i suoi amici "bolivariani come Chavez invece erano favorevoli, Fidel si è ovviamente reso conto che se cade il suo isolamento non avrà altri argomenti per mantenere il suo potere assoluto che dura ormai da 50 anni. Una ragione in più per gli USA per togliere l'embargo, oramai del tutto anacronistico, e avviare regolari contatti con Cuba. Chi, come Gianni Minà, ha veramente a cuore il destino di quel popolo, dovrebbe oggi pretendere dagli Usa la fine dall'embargo e con la stessa forza chiedere al Lider Maximo di accettare l'invito dell'OSA e riaprire così l'isola caraibica al mondo latinoamericano. Ma vedrete che questo non avverrà.
pubblicato da lucianoconsoli il 7/6/2009 alle 10:50
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tags: cuba OSA gianni minà Hillary Clinton usa
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