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Le parole di Obama

Ecco il discorso pronunciato dal presidente Barack Obama in tv con l'annuncio dell'uccisione di

Osama Bin Laden.


«Buona sera. Questa notte posso riferire al popolo americano e al mondo che gli Stati Uniti hanno condotto

un'operazione nel corso della quale è stato ucciso Osama Bin Laden, il leader di al-Qaeda, un terrorista

responsabile della morte di migliaia di uomini, donne e bambini innocenti.

Quasi 10 anni fa una chiara giornata di settembre è stata resa buia dal peggiore attacco della storia contro il

popolo americano. Le immagini dell'11 settembre stanno bruciando la nostra memoria collettiva: aerei dirottati

che attraversano il cielo sereno di settembre, le Torri Gemelle che crollano, il fumo nero che si alza dal

Pentagono, i rottami del Volo 93 a Shanksville, in Pennsylvania, dove i cittadini eroici hanno prevenuto altro

dolore e distruzione. E comunque sappiamo che le immagini peggiori erano quelle che il mondo non aveva visto.

Una sedia vuota a tavola durante la cena. Bambini costretti a crescere senza la loro madre o il padre. Genitori

che non avrebbero mai conosciuto la sensazione dell'abbraccio dei loro bambini. Quasi 3mila cittadini ci sono

stati portati via, un buco nei nostri cuori.

L'11 settembre del 2001, nel nostro momento di dolore, il popolo americano si è riunito. Abbiamo dato una

mano ai nostri vicini e abbiamo donato il sangue ai feriti. Abbiamo rafforzato i nostri legami agli altri e il nostro

amore per la comunità e per il Paese. Quel giorno, indipendentemente dalla nostra provenienza, religione, razza

o etnia, eravamo uniti come una famiglia americana. Eravamo anche uniti nel nostro proposito di proteggere la

nazione e di portare i responsabili di questo brutale attacco davanti alla giustizia. Abbiamo scoperto in fretta che

gli attacchi dell'11 settembre erano stati organizzati da al-Qaeda, un'organizzazione guidata da Osama bin Laden,

che aveva apertamente dichiarato la guerra agli Stati Uniti eD era deciso a uccidere persone innocenti nel nostro

Paese e in tutto il mondo. E così siamo andati in guerra contro al Qaida per proteggere i nostri cittadini, i nostri

amici e i nostri alleati.

«Negli ultimi 10 anni, grazie al lavoro instancabile ed eroico del nostro esercito e di esperti

dell'antiterrorismo, abbiamo fatto enormi passi avanti. Abbiamo fermato in tempo attacchi terroristici e

rafforzato la nostra sicurezza interna. In Afghanistan, abbiamo eliminato il governo dei talebani, che forniva a

bin Laded e ad al-Qaeda nascondigli sicuri e sostegno. E in tutto il mondo abbiamo lavorato con i nostri amici e

alleati per catturare o uccidere numerosi terroristi di al-Qaeda, tra cui alcuni che avevano partecipato

all'organizzazione degli attacchi dell'11 settembre. Eppure Osama bin Laden aveva evitato la cattura ed era

fuggito dall'Afghanistan in Pakistan. Nel frattempo, al-Qaeda ha continuato a operare lungo il confine tra i due

Paesi e tramite gruppi affiliati in tutto il mondo. Così, poco dopo l'entrata in carica, ho istruito Leon Panetta, il

direttore della Cia, di uccidere o catturare bin Laden come la priorità numero uno nella nostra guerra contro al-

Qaeda, anche se continuavano gli sforzi per interrompere, smantellare e sconfiggere la sua rete.

Poi, ad agosto scorso, dopo anni di accurato lavoro della nostra intelligence, sono stato informato di una

possibile pista che portava a bid Laden. Non era per niente certa e ci sono voluti molti mesi per seguirla. Nel

frattempo ho incontrato più volte il mio team di sicurezza nazionale ed eravamo riusciti a raccogliere più

informazioni secondo cui bin Laden si trovava all'interno del Pakistan. E infine, la settimana scorsa, ho deciso

che avevamo abbastanza informazioni per passare all'azione e ho autorizzato un'operazione volta a prendere bin

Laden e condurlo davanti alla giustizia. Oggi, sotto la mia supervisione, gli Stati Uniti hanno lanciato

un'operazione mirata contro un complesso di Abbottabad, in Pakistan. Una piccola squadra di americani ha

condotto l'operazione con straordinario coraggio e capacità. Nessun americano è rimasto ferito. Hanno preso

misure necessarie per evitare vittime civili. Dopo una sparatoria hanno ucciso Osama bin Laden e sono in

possesso del suo corpo».

«Per più di due decenni, bin Laden era stato il leader di al-Qaeda e un simbolo e ha continuato a ideare

attacchi contro il nostro Paese, contro i nostri amici e alleati. La morte di bin Laden è il più importante successo

finora negli sforzi della nostra nazione per sconfiggere al-Qaeda. Eppure la sua morte non segna la fine dei

nostri sforzi. Non c'è dubbio che al-Qaeda continuerà a organizzare attacchi contro di noi. Dobbiamo rimanere

vigili, e lo faremo, sia in casa nostra che all'estero. Mentre lo faremo, dobbiamo ribadire che gli Stati Uniti non

sono e non saranno mai in guerra contro l'islam. Ho detto chiaramente, così come aveva fatto il presidente Bush

poco dopo l'11 settembre, che la nostra guerra non è contro l'islam. Bin Laden non era un leader musulmano, era

un assassino di massa di musulmani. Infatti al-Qaeda ha ucciso molti musulmani in tanti Paesi, tra cui quello di

bin Laden.

Perciò la sua morte dovrebbe essere accolta da tutti coloro che credono nella pace e nella dignità umana.

Negli anni, avevo più volte chiarito che avremmo intrapreso azioni all'interno del Pakistan solo sapendo dove si

trovava bin Laden. Ed è questo che abbiamo fatto. Ma è importante notare che la nostra cooperazione

nell'ambito dell'antiterrorismo con il Pakistan ci ha permesso di localizzare bin Laden e il complesso in cui si

stava nascondendo. In effetti, bin Laden aveva dichiarato guerra anche al Pakistan e aveva ordinato attacchi

contro il popolo pakistano. Stanotte ho telefonato al presidente Zardari e il mio team ha anche parlato con i

colleghi pakistani. Sono d'accordo anche loro che si tratta di una giornata positiva e storica per entrambe le

nazioni. E più avanti è importante che il Pakistan continui a lottare insieme a noi contro al-Qaeda e i gruppi

affiliati».



Assolutamente condivisibile, m una domanda sorge spontanea: Perchè, secondo gli ordini di Obama, le forze speciali non hanno "assicurato alla giustizia" Bin Laden? Ha reagito, ha fatto fuoco o è stata una esecuzione? Non è un particolare irrilevante, anche perchè le forze speciali dicono di aver prelevato le due moglie e i figli piccoli di Bin Laden.

pubblicato da lucianoconsoli il 2/5/2011 alle 19:22
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tags: Obama Bin Laden Pakistan democrazia

a Tegucigalpa si mette male

Il governo di Roberto Micheletti non ha gradito l'ingresso del deposto Presidente Zelaya nel paese ma sembra che ancor di più sia indispettito dall'accoglienza che l'ambasciata del Brasile nella capitale Honduregna sta offrendo a Zelaya. Poche ore fa sono state interrotte le forniture di acqua e luce all'ambasciata brasiliana. Questo è un chiaro segno di ostilità che non promette nulla di buono. Il portavoce di Obama è comparso di fronte alla stampa per richiamare le parti al dialogo ma rispondendo ad una precisa domanda ha affermato che stanno studiando tutte le forme per aiutare il Brasile e la sua ambasciata a Tegucigalpa a ristabilire le normali condizioni di vita. Per ora i gruppi elettroggeni e le riserve di acqua assicurano al personale dell'ambasciata normali condizioni di vita ma con il passare delle ore ,se le forniture non verranno ristabilite, la situazione comincerà ad aggravarsi e di certo il Brasile e gli Stati Uniti non resteranno con le mani in mano. Tutta la diplomazia è al lavoro ma in molti soffiano sul fuoco. 
pubblicato da lucianoconsoli il 23/9/2009 alle 0:28
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tags: honduras lula zelaya micheletti obama

Chavez si arma e Lula si difende



"Il presidente del Venezuela, Hugo Chavez, ha annunciato l'acquisto dalla Russia di missili con una gittata di 300 chilometri. "Abbiamo firmato degli accordi militari con la Russia", ha dichiarato parlando ai suoi sostenitori dal balcone del palazzo presidenziale di Caracas, al ritorno da Mosca, "sapete che gittata hanno? 300 chilometri e non mancano l'obiettivo". Chavez ha assicurato di "non voler attaccare nessuno" e ha spiegato che le nuove armi saranno usate "contro qualsiasi minaccia, da dovunque possa arrivare".

Negli ultimi mesi e' salita la tensione tra il leader populista bolivariano e la Colombia, che ha firmato un accordo militare con gli Usa che prevede la presenza di soldati americani in molte sue basi per la lotta al narcotraffico e alla guerriglia di sinistra. Il presidente venezuelano non ha fornito dettagli sulle armi acquistate da Mosca, ma negli ultimi anni Caracas ha gia' investito 4 miliardi di dollari per il suo arsenale che comprende anche 24 caccia Sukhoi Su-30, decine di elicotteri e 100mila fucili d'assalto AK. Il Paese latino americano e' anche in trattativa per la fornitura di 100 carri armati T-72 e T-90."

Questa notizia arriva dopo quelle dell'acquisto di armi anche dalla Cina e dall'Iran, una vera escalation militare del caudillo venezuelano, che come è stato dimostrato ampiamente rifornisce anche le Farc e le altre organizzazioni paramilitari legate al narcotraffico. Immagino che Oliver Stone su questo argomento non girerà nessun film e i plaudenti del festival del Cinema di Venezia diranno che Chavez fa bene, per difendersi dall'imperialismo di Obama.Il problema è che nel raggio di 300 chilometri c'è anche il Brasile di Lula, che sempre in questi giorni, oltre a scoprire enormi giacimenti di petrolio nel mare di fronte a Rio de Janeiro ha anche firmato con i francesi un contratto per acquisto di sommergibili ed aerei da guerra.

pubblicato da lucianoconsoli il 13/9/2009 alle 10:15
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tags: Hugo Chavez Venezuela Brasile Lula Obama guerra america latina

HONDURAS: LA SOLUZIONE PASSA DA WASHINGTON


washington, 7 lug - passa dal presidente del costa rica, oscar arias, ed attraverso gli uffici del dipartimento di stato di washington, la soluzione della crisi in honduras, che ha portato alla deposizione del presidente democraticamente eletto, manuel zelaya, e al regime del presidente de facto roberto micheletti. oggi zelaya si è incontrato con il segretario di stato usa, hillary clinton. un incontro che gli usa hanno preferito in un primo tempo trattare in modo molto riservato, senza anticiparne nè l'ora nè il luogo. poi, è stata la stessa clinton a presentarsi al consueto briefing previsto quotidianamente al ministero degli esteri, per dire che "una soluzione alla crisi è possibile". la soluzione è questa: è opportuno che zelaya eviti "il confronto diretto" con coloro che il 28 giugno scorso hanno guidato il colpo di stato in honduras, ed accetti l'ipotesi secondo cui il presidente del costa rica possa fare damediatore tra le parti in causa. "invitiamo le parti a cessare ogni violenza e a cercare una pacifica e durevole soluzione costituzionale, per mettere fine attraverso al dialogo alle divisioni in corso in honduras" ha affermato hillary clinton dopo l'incontro con zelaya. il quale dal canto suo, sia arrivando che lasciando il dipartimento di stato, ha evitato di fare dichiarazioni ai giornalisti. dopo l'incontro si è limitato a confermare l'ipotesi secondo cui la soluzione della crisi dovrebbe essere basata sulla risoluzione adottata dall'onu, che prevede il suo ripristino "immediato e senza condizioni" alla presidenza. mentre il presidente deposto parlava con la clinton, nelle stesse ore una delegazione di parlamentari honduregni facenti capo a micheletti ha tenuto a sua volta nella sede della stampa estera di washington una conferenza stampa. motivo dell'iniziativa era quello di chiarire le ragioni "degli equivoci e dei fraintendimenti" nati nella comunità internazionale successivamente al 28 giugno, giorno in cui zelaya fu caricato su un aereo e portato fuori confine dai suoi stessi militari. a dare quell'ordine era stata la corte suprema dell'honduras, la quale anche oggi ha ribadito la sua posizione: zelaya potrà fare rientro nel suo paese solo se il congresso dell'honduras sarà disposto a concedergli l'amnistia. nel frattempo micheletti ha accettato l'ipotesi, caldeggiata da washington, di una mediazione di arias.

 

Fin qui i fatti del giorno,senz’altro confortanti per il povero paese centroamericano. Le considerazioniperò non sono altrettanto confortanti. Infatti tutta la vicenda ha dimostrato:

  1.            che la OEA non è stata capace di contenere la sua componente “bolivariana” che ne ha egemonizzato e condizionato le scelte.
  2.        che in conseguenza a questa egemonia la OEA ha perduto una grande occasione per dimostrare la sua capacità di intervenire e risolvere le questioni tra i paesi membri senza ricorrere a “papà gringo”,ovvero all’odiato imperialista per alcuni o all’ingombrante vicino per altri.
  3.            che gli Stati Uniti di Obama sono veramente cambiati e se la OEA non ne prenderà rapidamente atto perderà molta della sua influenza. Non credo sia un caso se Fidel ha giudicato la OEA “serva degli imperialisti”.

A margine di tutto ciò, non posso fare a meno di segnalare come un morto in Honduras ha portato al ritiro di tutti gli ambasciatori da Tegucigalpa, ma la strage in Cina di almeno 156 oppositori al regime di Pechino non ha suscitato reazioni. La vita e i principi democratici non sono ovunque uguali, o almeno non lo sono se di mezzo ci sono dei “fondi sovrani” che investono e sostengono i paesi cosiddetti “industrializzati". Il povero Honduras si muore di fame e lo si può isolare, ma la Cina…. E se poi non copre più il 25% del debito americano e parte di quello europeo? Chi ci paga la pensione?

Alla prossima.

  


            

          

   

pubblicato da lucianoconsoli il 7/7/2009 alle 23:31
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tags: usa cina hillary clinton chavez cuba obama honduras

Honduras: golpe su golpe

Quello a cui stiamo assistendo in Honduras non è un golpe di Stato, ma ben due illegalità che si sovrappongono e minacciano la fragile unità raggiunta nel continente latino americano in questi ultimi mesi. Vediamo i fatti: il Presidente eletto Manuel Zelaya propone un referendum popolare che si doveva tenere proprio oggi, 28 giugno 2009, per cambiare la Costituzione dell’Honduras in modo da poter eliminare l’impossibilità di rielezione per più mandati allo stesso Presidente. Esattamente quello che ha fatto qualche mese fa il suo protettore e gran elemosiniere di petrolio Hugo Chavez. Il Congresso dello Stato ( il Parlamento eletto ) non appoggia la proposta del Presidente e all’interno dello stesso partito di Zelaya molti si dichiarano contro. Il Tribunale Supremo Elettorale dichiara illegittima la consultazione referendaria e si appella alla Corte Suprema della Fiscalità ( che presiede all’applicazione delle leggi) che da ragione al Tribunale Elettorale. Ma Zelaya si appella al popolo e tira dritto sostenendo in un recente comizio che bisognava passare dalla democrazia rappresentativa a quella partecipativa, mettendo in discussione quindi anche il Congresso dei deputati eletti dal popolo. A questo punto il Presidente, come capo supremo dell’esercito ordina al capo di Stato Maggiore dell’esercito di procedere con la preparazione del referendum. Il Capo di Stato maggiore si rifiuta e Zelaya lo destituisce. A questo punto lo stesso Ministro della Difesa del governo del Presidente Zelaya si dimette e la Corte Suprema di Giustizia ordina il reintegro del capo di Stato Maggiore dell’esercito.  Un vero e proprio scontro istituzionale che vede da una parte il Presidente che chiede la rielezione e il cambio di Costituzione e tutti gli altri organi costituzionali dall’altra. In una democrazia solida si sarebbe avviato un processo di messa in stato d’accusa del Presidente, un Impeachment insomma che avrebbe chiarito le posizioni e salvato la democrazia. Ma l’Honduras è una giovane democrazia e il referendum incalzava e così nella notte prima delle elezioni, su ordine della Suprema Corte di Giustizia, l’esercito esce dalle caserme, arresta il Presidente e lo deporta nella vicina Costarica. Poche ore dopo, mentre da Tegucigalpa, capitale del Costarica, Zelaya in una conferenza stampa si dice ispirato dalla “voce di Dio e del popolo” ( ricorda purtroppo anche questo il nostro unto dal signore), il congresso dei deputati dell’Honduras, all’unanimità, dichiara destituito Zelaya e elegge il nuovo Presidente nella persona di Roberto Micheletti, Presidente del Congresso stesso. Chavez prende la palla al balzo e fa il suo show, dichiarando che è colpa degli americani, ma quando Obama si dice preoccupato e Hillary Clinton e Dan Restrepo, responsabile della Casa Bianca per l’America latina, dichiarano che deve essere ristabilita la legalità e che nel bene e nel male gli USA non interverranno, allora Chavez ci ripensa e minaccia di guerra l’Honduras se non rilasciano il suo Ambasciatore (che ovviamente nessuno ha toccato). Insomma la sintesi è la seguente: Zelaya ha commesso un delitto contro la Costituzione (art. 4, 321, 322 e 323 della stessa che proibisce a chiunque, anche al Presidente, di disobbedire ai tre poteri, legislativo,esecutivo e giudiziario), ma i tre poteri hanno commesso un delitto facendo intervenire l’esercito, occupando il palazzo presidenziale e destituendo il Presidente senza regolare imputazione e giudizio. Insomma una brutta storia che ci riporta indietro di tanti anni e da fiato alle ali più populiste e demagogiche del continente latino americano. E ovviamente non poteva mancare il prode Fidel redivivo, dopo aver fatto ammalare per punizione il fratellino Raul.

pubblicato da lucianoconsoli il 29/6/2009 alle 3:22
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La voce della vera Cuba

Oggi un caro amico mi ha inviato un comunicato che sta girando sul web a proposito della rinuncia da parte di Fidel castro di accogliere l'invito dell'organizzazione degli stati americani a far rientrare Cuba in questo organismo internazionale. Lo riporto integralmente per chi conosce lo spagnolo ma il senso risulterà chiaro anche a chi non lo parla. Un'altra Cuba alza la voce e grida chiaro e tondo ai Castro che ormai non rappresentano più i cubani, non ne interpretano i bisogni, i desideri e le opinioni. Tra l'altro nel comunicato si legge: "Ma deve essere chiaro che la voce delle autorità dell'isola riflette solo la visione delle autorità dell'isola. L'espressione ufficiale di Cuba non coincide con l'opinione della Cuba reale. Già da molto tempo." Il documento, firmato da Manuel Costa Morúa portavove del Parp, partido arco progresista, è frutto anche di una consultazione con le altre forze progressiste, riformiste e socialdemocratiche cubane e lancia anche l'appello a tutte le organizzazioni a lavorare insieme. Sarebbe bello che ciò avvenisse e per chi ha a cuore il benessere e la libertà di questo popolo oggi può fare qualcosa di piccolo ma molto concreto: diffondere questo comunicato sul web in tutto il mondo.

 

La Habana, 9 de junio de 2009

Declaración

El partido Arco Progresista quiere reconocer y agradecer, en nombre de cientos de miles de ciudadanos cubanos, la histórica decisión de los países de las Américas de revocar la suspensión del Estado cubano de la Organización de Estados Americanos (OEA), adoptada en 1962.

Esta decisión histórica tiene el respaldo, podríamos asegurar, del setenta por ciento de los ciudadanos cubanos de la isla. Hasta el mediodía de hoy, 9 de junio, cientos de estos ciudadanos a lo largo de toda Cuba, miembros, simpatizantes o amigos del Arco Progresista, han venido mostrando su acuerdo con una reinserción que, indicativa de los nuevos tiempos que corren por nuestro hemisferio, refleja la voluntad de renovación de la OEA. En consulta con otras organizaciones y formaciones políticas cubanas, el Arco Progresista pudo captar el mismo espíritu: los cubanos se sienten complacidos con el regreso político de Cuba a su entorno político y cultural.

Y el gobierno cubano ha reaccionado. Pero debe ser claro que la voz de las autoridades de la isla solo refleja la visión de las autoridades de la isla. La expresión oficial de Cuba no coincide con la opinión de la Cuba real. Hace ya mucho tiempo. En lo que toca a la relación Estado-sociedad, el discurso del gobierno no tiene ninguna legitimidad como vehículo de las corrientes de opinión principales que circulan en todos los grupos y niveles de la sociedad cubana. Ello compromete, entre otras cosas, el tipo de relación que sostiene la comunidad internacional con Cuba. Esta dialoga, profundiza y extiende sus relaciones con un gobierno que no representa, en términos de valores, ideas, intereses e inquietudes, a los ciudadanos cubanos. Y no podría ser de otro modo porque, ¿cómo un gobierno puede expresar la voluntad y opinión de un país y de unos ciudadanos contra los que gobierna?

El divorcio explícito de las autoridades de Cuba con los cubanos viene fraguándose paso a paso a partir de 2002. Desde la reforma constitucional de ese año, que nos privó de nuestra condición básica de ciudadanos; pasando por las mieles del poder, que dejaron bien claro que las correas de mando en Cuba pertenece a los comandantes de la Sierra; hasta la reciente sustitución de los cubanos de 2009 por los cubanos de 1962, quienes constituyen menos del 10 por ciento de la población actual de la Isla, el gobierno ha institucionalizado el modelo de la “real gana” como pauta para la toma de decisiones fundamentales que comprometen nuestro presente y nuestro futuro.

Su negativa a reintegrarse a la OEA confirma este modelo. Confirma también su desorientación estratégica frente al nuevo comienzo definido por el presidente de los Estados Unidos en relación con Cuba. Una desorientación estratégica que pone de relieve la esquizofrenia de rechazar una relación fluida y mutuamente respetuosa dentro de marcos institucionales con los Estados Unidos, aferrándose al pasado, al tiempo que se fortalecen las dependencias con ese país.

Rechazar un nuevo comienzo en las Américas, a favor de una vieja subordinación económica con los Estados Unidos es muestra de la falta de visión del gobierno de Cuba.

Definir una nueva política en las Américas es imprescindible para Cuba frente a la orfandad estratégica de las autoridades de la isla. Para el Arco Progresista constituye un buen punto de partida la reinserción del Estado cubano, siempre de acuerdo con las “prácticas, propósitos y principios de la OEA”, tal y como consigna la resolución adoptada en Honduras. Para nosotros se trata ahora de definir esa estrategia y de encontrar los canales apropiados para conectar la sociedad civil y la comunidad prodemocrática cubana con sus homologas en el hemisferio.

Manuel Cuesta Morúa

Portavoz

pubblicato da lucianoconsoli il 12/6/2009 alle 0:28
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Cuba riammessa nell'OSA

 



Dopo 47 anni e con il solo voto contrario degli Stati Uniti e' caduto il veto dell' Organizzazione degli Stati Americani (Osa) contro Cuba. Dei 34 paesi rappresentati nell’OSA 33 hanno votato a favore e già tengono regolari rapporti con Cuba. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri ecuadoregno Fander Falconi, secondo cui il consesso ha raggiunto un accordo a maggioranza per derogare alla risoluzione del 1962 che aveva estromesso l'Avana. Falconi ha chiarito che la riammissione avverra' "senza condizioni". La decisione e' uno colpo per Washington che aveva cercato di bloccare il rientro di Cuba. Il segretario di Stato Hillary Clinton aveva lasciato ieri sera il vertice di San Pedro Sula in Honduras alla volta dell'Egitto confermando che per Washington l'Avana non poteva essere riammessa fino a quando il regime non avesse abbracciato i principi democratici e avesse fatto progressi sul rispetto dei diritti umani, a partire dal rilascio dei prigionieri politici. Nel testo del documento approvato si precisa che ''la partecipazione di Cuba nell'organismo sara' il risultato di un processo di dialogo che verra' avviato su proposta delle autorita' cubane ed in accordo con le norme, i propositi ed i principi dell'Osa''. Il grande regista di questa operazione è stato senz’altro il Presidente brasiliano Inacio Lula da Silva, che ha sicuramente parlato con Obama di questo passo nei recenti incontri. Adesso, per paradosso, anche Obama è più forte per sostenere nel Congresso l’indispensabilità della caduta dell’embargo, come primo passo verso la riapertura dei rapporti con l’isola dei caraibi. Del resto è facile intuire che lo stesso Lula si sia fatto garante con Obama che questo processo non avrà nulla di antiamericano, spuntando gli argomenti massimalisti di Fidel Castro e di Chavez e rafforzando nel contempo il ruolo e la politica di Raul Castro. Il 3 giugno, con questa dichiarazione inoltre l’OSA è risultata compatta e ha assunto un ruolo proprio che lascia ben sperare nel processo di unificazione continentale, una sorta di Comunità Latino Americana, simile alla Comunità Europea, con tutte le diversità necessarie e anche cercando di far tesoro degli errori che sono stati commessi nel vecchio continente. E’ stato sicuramente un bel giorno e una bella notizia che come sempre troverete solo nei blog e non sulle pagine dei nostri quotidiani, troppo presi dal vestibolo del pagliaccio italico.

pubblicato da lucianoconsoli il 5/6/2009 alle 14:53
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L'erede di Mons. Romero


 
Dopo circa due mesi dalle elezioni, ieri ha giurato Mauricio Funes come nuovo Presidente de El Salvador. Nel suo discorso, durato 45 minuti, ha definito il suo governo come un "cambio strutturale". Ed è proprio così, infatti El Salvador ha patito 30 anni di feroce dittatura, e come per il Paraguay, caduto il carnecife è stato governato per altri 15 anni dallo stesso partito. Insomma come se il partito nazionale fascista avesse governato l'Italia altri 15 anni dopo la caduta di Mussolini. Ma la grande novità di ieri è anche un'altra. Nel suo discorso Funes ha chiarito quale sarà la sua collocazione internazionale. "Obama e Lula saranno i miei referenti" titolano oggi i giornali e poche ore dopo l'investitura il suo ministro degli esteri ha firmato con il vice di Raul Castro un accordo per ristabilire le relazioni tra i due paesi interrotti nel 1962. Insomma, a poco è servita la presenza di Ortega che invitava Funes ad aderire al fronte dei paesi Chavisti. L'ex giornalista della CNN adesso presidente del "giardino dei caraibi" sembra avere le idee chiare. Non ha parlato di socialismo ne di bolivarismo ma di progressismo e di "unità regionale di tutti i fratelli del centro e sud america" nella loro diversità ma con la condivisione dei principi della democrazia. Ha citato solo Barak Obama ( reinventare la speranza) e il suo "amico personale" Lula da Silva (ridistribuire la ricchezza del mondo). Ma il passaggio veramente emozionante è quando ha citato il "suo maestro e guida spirituale " Monsignor Romero. Per chi non lo ricordasse, il 24 marzo 1980, mentre stava celebrando l'Eucaristia nella cappella dell'ospedale della Divina Provvidenza, Mons. Romero venne ucciso da un sicario con un colpo al cuore. Nell'omelia aveva ribadito la sua denuncia contro il governo di El Salvador, che aggiornava quotidianamente le mappe dei campi minati mandando avanti bambini che restavano squarciati dalle esplosioni. Quando Funes ha fatto il nome del martire tè scattato un applauso liberatorio, tutti in piedi e le lacrime agli occhi. E' stata veramente una data storica per El Salvador, ma non solo. Un altro popolo riprende il cammino per costruire il proprio futuro.
pubblicato da lucianoconsoli il 2/6/2009 alle 9:38
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Simpatia cosmica

 «A volte ci siamo disimpegnati, a volte abbiamo cercato di imporre la nostra volontà, ma da oggi non c'è più un partner maggiore e uno minore nei nostri rapporti». Con queste parole Barak Obama ha sintetizzato la nuova politica americana nel summit dei Paesi dell'America Latina. Ha riconosciuto gli errori e anche le atrocità di cui le passate amministrazioni USA si sono macchiate, dalle invasioni militari fino al sostegno dei dittatori e ai tentativi di assassinio di alcuni leader. Ma soprattutto ha riconosciuto la pari dignità di tutti gli interlocutori. "Questo è un nuovo inizio" ha detto Barak Obama alla riunione dell'OAS mettendo simbolicamente fine alla teoria del cortile di casa. L'America Latina da oggi è piu libera, ha conquistato la pari dignità, Messico, Brasile e Argentina sono definitivamente nel G20, per la prima volta non c'è un paese del sud america dove non si svolgano elezioni.  Octavio Paz in un suo splendido saggio tempo fa scriveva: Gli Stati Uniti sono sempre presenti tra noi, anche quando ci ignorano o ci voltano le spalle: la loro ombra copre tutto il continente: E' l'ombra di un gigante. L'idea che abbiamo di questo gigante è la stessa che appare nelle favole e nelle legende: Un grandiglione generoso e sempliciotto, un ingenuo che ignora la propria forza e che non è difficile da ingannare, ma la cui collera ci può distruggere. Paz concludeva il suo saggio con un inno poetico al dialogo, ripreso addirittura da Marco Aurelio, che sembra scritto per questa occasione: Quando spunta l'alba, bisogna dire a stessi: incontrerò un indiscreto, un ingrato, un perfido, un violento... Conosco la sua natura: è della mia razza, non per sangue nè per seme, ma perchè entrambi di una mente e di una funzione che è divina. Siamo nati per collaborare come i piedi e le mani, gli occhi e le palpebre, i denti superiori e quelli inferiori. Il dialogo non è se non una delle forme, forse la più alta, della simpatia cosmica.
Octavio Paz sarebbe molto felice oggi.
pubblicato da lucianoconsoli il 19/4/2009 alle 11:30
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Obama e Chavez: che stomaco.

 

Qualche mese fa Chavez aveva galvanizzato le folle delle sue camicie rosse minacciando "el Senor Obama". Ieri gli ha stretto la mano sussurrandogli: voglio essere tuo amico. Oltre al fatto che non comprerei una auto usata da Chavez debbo riconoscere ogni giorno di piu che la politica non fa per me. Capisco che è la strada giusta, parlare con l'Iran, con Chavez e tutto il resto, ma ci vuole uno stomaco che non mi appartiene. Comunque meno male che c'è Obama. E speriamo che anche Raul non ascolti i cattivi consigli del piu celebre fratello Fidel e non si faccia tirare troppo la giacchetta. Cuba non ne puo piu, e anche i cubani vogliono entrare nel XXI secolo.
pubblicato da lucianoconsoli il 18/4/2009 alle 13:41
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Cuba: rimossi due ministri per "errori e deficienze" - ciao cugino..sono Claudio..un abbraccio e buon compleanno..e viva Nonno Peppe
12/6/2010 4:34:15 AM
Altro che bottegai. - The indices and rim of the stop replica watches abnormal punch - at the six o'clock position - are ...
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