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un ricordo e un consiglio


Mio nonno materno, si chiamava Giuseppe ma per tutti era Peppe, faceva il ferroviere. Era un bell’uomo, alto e magro, con un portamento naturale che gli conferiva eleganza e dignità. Amava la musica classica, l’operetta, ed era un divoratore di libri. Romano “da sette generazioni” non aveva mai accettato di mettersi la “pecetta”, come la chiamava lui, cioè quel piccolo distintivo che durante il fascismo veniva “consigliato”a tutti di tenere sul bavero della giacca o della divisa. Per questo lo avevano spostato a Sassari a staccare i biglietti sul treno locale Sassari-Macomer. Lì nacque mia madre, che pur avendo vissuto solo pochi anni nella città natale dei Cossiga e dei Berlinguer, andava orgogliosa delle sue origini isolane. Ci penso spesso a mio nonno, non solo perché mi manca ma anche perché i suoi racconti, le sue storie, il suo rigore e il suo spirito libero e indipendente, sembrano così stridentemente in contrasto con quello che mi capita di vivere. I suoi racconti sono stati il mio Salgari, mi hanno fatto sognare avventure che sapevo essere realtà. Mi ha fatto vivere sul fronte del Carso nella prima guerra mondiale e mi sono appiattito con lui in trincea sentendo i morsi della fame. Ho riso delle furbizie per arrivare in fureria per salvarsi la vita e non morir di fame. Ho camminato dopo il coprifuoco per portare messaggi ai compagni dell’antifascismo clandestino. Ho conosciuto quella famiglia di ebrei nascosti in casa nostra e mi sono infilato in quello splendido nascondiglio sotto la finestra della stanza da letto, con un buco per l’aria, che fascisti e tedeschi non hanno mai scoperto. Tutto era bello raccontato da nonno Peppe, anche la fame e la paura, il moschetto e la ritirata nel fango, l’esilio e le bombe. E c’era anche un altro racconto che gli chiedevo spesso di ripetermi. Dai nonno – gridavo - raccontami di quando ti arrestavano perché doveva passare il Duce. E lui, paziente, raccontava. “Eravamo qualche centinaia, non di più, ed eravamo diventati tutti amici. Quando leggevamo su Il Messaggero che ci sarebbe stata un’adunata con il Duce e qualche dignitario straniero preparavamo la nostra piccola valigia. Non sapevi mai quanto prima ci sarebbero venuti a prendere e per quanto ci avrebbero tenuti a Regina Coeli o in qualche altro posto. Così tenevamo sempre pronta la valigia con qualche cambio, non più di due anche perché non li avevamo, un po’ di pane, chi poteva formaggio o addirittura un salame, e qualunque cosa avessimo per stare al caldo. Quando meno te l’aspetti, eccoli a casa senza troppe spiegazioni che portano via con loro. A volte mi vennero a prendere anche sul lavoro, e ti puoi immaginare la faccia dei miei colleghi. Quando tornai al lavoro dopo il primo “prelievo” mi sentivo come un appestato,nessuno mi parlava, nessuno si avvicinava. Poi qualcuno ci ha fatto l’abitudineo ha preso coraggio e le cose sono andate meglio. Una volta raccolti tutti i“sovversivi”, che saremmo stati noi, anarchici, comunisti, socialisti o anche gente che secondo me non c’entrava niente, ci sbattevano in grandi cameroni e ci lasciavano lì. Sapevi quando entravi ma non quando ti lasciavano uscire. E così si cominciava a cercare di passare il tempo. C’era un napoletano che aveva sempre delle carte e apriva la sua bisca. Ci si giocava quello che si aveva, ma le fiches più comuni erano le sigarette. Io non giocavo, non perché non mi piaceva, ma perché mi piace di più fumare e sapevo per certo che avrei perso le mie adorate Alfa. Con un altro gruppo di “sovversivi” avevamo creato quasi un club letterario. Ognuno di noi doveva portare un libro, ci mettevamo in un angolo per non essere disturbati da quelli che urlavano per le carte o per la zecchinetta, e leggevamo dieci pagine a turno, a voce alta. E sai ciacetto che succedeva dopo un po’? (ciacetto era il mio nomignolo che solo lui e mia madre utilizzavano). No nonno dimmelo, che succedeva? Dai racconta, dai – rispondevo come se fosse un coito interrotto-.

Succedeva che quelli che non avevano niente di meglio da fare cominciavano ad avvicinarsi per ascoltare,prima con fare distratto poi sempre più avvinti dalla storia, si accomodavano alla bene e meglio, e per noi fondatori del club quello era il segnale convenuto per far scattare il “reclutamento”. Il primo che finiva le sue dieci pagine, invece di passare il libro al successivo di noi, con fare del tutto normale, lo passava al nuovo arrivato. Dovevi vedere le facce di quei poveretti. Paura, stupore, orgoglio, felicità. In qualche secondo vedevi tutte le emozioni in quei volti, ma mai nessuno si è rifiutato di leggere le sue pagine. Anzi no, due lo fecero, anche rumorosamente, alzandosi e tirandoci il libro. Capimmo solo dopo che non sapevano leggere e li arruolammo nel nostro club “ad onorem” senza obbligo di lettura. Certo non avevamo molti libri a disposizione, ma tra tutti i classici andavano alla grande, Dante, Guicciardini, Cavalcanti, Omero, Stendhal e addirittura il Cantico delle Creature di San Francesco. Era la nostra televisione, passavamo ore a leggere e ascoltare e nessuno fiatava. Nelle pause, per andare a turno al bugliolo a fare pipì, si scatenava il finimondo. Tutti a chiedere, a commentare, a interpretare quello che avevamo appena ascoltato. E questa era la parte più divertente perché noi fondatori potevamo “interpretare”, dare la linea insomma. C’era uno di noi che chiamavamo il professore, anche se era impiegato all’anagrafe, che sapeva parlare veramente bene e convinceva tutti. Un giorno un ciabattino, un vero mago nel riparare le suole, mi prese da parte e mi fece una confessione che non dimenticherò mai: Sor Giuse’ vi posso chieder un favore? Certo, dite Sor Michè- risposi-. Se un giorno non ci porteranno più in galera per far passeggiare il capoccione (così chiamavamo tra noi il Duce) ci potremmo rivedere tutti e continuare a leggere altri libri?. Certo sor Michè, ma voi provate a leggere pure da solo e magari poi ci vediamo e ne parliamo – gli risposi -. Hai capito ciacetto che cosa era successo? Avevamo seminato il grano nel deserto e stavano spuntando le prime spighe”.

Che volete che vi dica, questo racconto mi è tornato in mente proprio oggi quando ho letto di Dasp, “fermi preventivi” e tessere per i manifestanti.  Mi auguro che tutto ciò non avvenga, ma se non riuscissimo a fermarli avrei un consiglio da dare a quei ragazzi che mercoledì potrebbero essere prelevati dalla polizia per non farli partecipare alla manifestazione: portatevi un libro e leggetelo a voce alta. 

pubblicato da lucianoconsoli il 19/12/2010 alle 18:22
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tags: fascismo studenti libertà

La ricreazione è finita

La penso esattamente così e visto che c'è chi l'ha scritto, certamente meglio di quanto avrei fatto io, non mi resta che riportarlo integralmente. E fidatevi, di regimi sudamericani un po me ne intendo, vivendoci diversi mesi all'anno.


"Gianfranco Fini ha chiesto le dimissioni di Silvio Berlusconi e l’apertura formale di una crisi di governo, minacciando in caso contrario il ritiro di ministri, viceministri e sottosegretari di Futuro e Libertà. Da vari esponenti dell’opposizione, tuttavia, sono venute reazioni critiche, espresse per lo più con tono di sufficienza, come a dire: beh, tutto qui? Non si capisce che altro avrebbe dovuto dire Fini, per farli contenti. Più che chiedere le dimissioni del presidente del Consiglio, che doveva fare, sparargli? 
Comunque si giudichino il percorso, la strategia e le ultime mosse del presidente della Camera, minimizzare l’accaduto non sembra proprio la scelta più saggia, da parte dell’opposizione, al di là delle ragionevoli cautele (da parte del Pd), delle comprensibili ambiguità (da parte di Fini) e di tutti gli elementi di tatticismo (da parte di tutti) che sono ovviamente più che leciti in una simile partita. Una partita che è ormai per la vita o per la morte. E non soltanto dal punto di vista dei singoli protagonisti, che difficilmente usciranno indenni da un’eventuale sconfitta, si tratti di Silvio Berlusconi, di Pier Luigi Bersani o dello stesso Fini. E’ il futuro del nostro sistema politico che è in gioco. Bersani l’ha detto più volte, ma spesso ha dato anche l’impressione di essersene dimenticato, o magari di non poterne trarre tutte le conseguenze, finendo così per oscillare tra posizioni opposte.
La verità è che si tratta, adesso sì, di “salvare l’Italia”. Di salvarla anche solo dalla più remota possibilità che grazie alla divisione degli avversari, e grazie a una legge elettorale scandalosa, Berlusconi si ripresenti e rivinca con un Pdl epurato di ogni dissidente e con la Lega come unico alleato. E così, anche solo con un terzo dei voti degli italiani, grazie al premio di maggioranza, ottenga la possibilità di eleggersi presidente della Repubblica, e soprattutto di manomettere i pochi elementi di equilibrio, le poche istituzioni di garanzia e i pochissimi contropoteri rimasti. 
Questa è la posta in gioco, che Bersani ha più volte indicato come la minaccia della definitiva torsione populista e plebiscitaria del berlusconismo. Ma se così è, non si può più scherzare. Non è più tempo di piccoli calcoli di bottega, come quelli dei tanti esponenti dell’opposizione impegnati ogni giorno nel fare le pulci a Fini, alle sue contraddizioni, ai suoi passi falsi. Come i dipietristi e come i tanti giovani e meno giovani aspiranti leader del Pd e del centrosinistra, evidentemente più attenti alle sorti del proprio partito, della propria corrente o della propria futura candidatura, che alle sorti del governo e del paese. C‘è da invidiarli, se non altro per la serenità.
Inutile inseguirli. Su quella strada, per quanto Bersani vi si possa inoltrare, non sarà mai abbastanza. C‘è poco da fare: dinanzi alle contumelie lanciate da Matteo Renzi all’indirizzo del presidente della Camera, direttamente dalla sua convention fiorentina, impallidiscono perfino i giudizi di Gaetano Quagliariello. Come se non bastassero già Feltri e Belpietro.
Adesso, però, la ricreazione è finita. E bisogna essere chiari: la minaccia del “cappotto berlusconiano” è la principale minaccia allo stesso ordine costituzionale del paese, e impone pertanto alle opposizioni di tentare ogni strada, ogni mossa e ogni accordo possibile per cambiare innanzi tutto l’attuale legge elettorale. Ma non dipende certo dall’impossibilità, per gli elettori, di scegliersi i propri parlamentari. Questa è senza dubbio un’aggravante, ma non cambia la sostanza del problema, che dipende dal premio di maggioranza. E che non cambierebbe granché nemmeno con il ritorno al tanto decantato Mattarellum.
Non è più tempo di pierini e di professori innamorati delle proprie teorie. Qualsiasi legge elettorale costringa gli avversari di Berlusconi alla scelta tra presentarsi divisi e un’alleanza innaturale come quella che andasse da Nichi Vendola a Gianfranco Fini (o anche solo, e peggio, da Bersani a Fini) fa semplicemente il gioco di Berlusconi, rende più probabile la sua vittoria e cioè lo scenario di un “cappotto istituzionale” che non può lasciare tranquilla nessuna persona responsabile. Nemmeno a destra. E infatti, a destra, qualcosa si è mosso. Tutto si può dire, ma non che Fini non abbia fatto la sua parte: i suoi uomini si muovono ormai attorno a Berlusconi come il transition team di un nuovo governo. E’ la sinistra, invece, che non sta facendo fino in fondo la sua parte. 
E’ venuto il momento di affrontare il problema, innanzi tutto nel Pd, isolando i mullah del maggioritario e i kamikaze del bipolarismo a tutti i costi, con la loro frenesia per il “modello americano”, la “governabilità” e la “democrazia decidente”, che rischiano di portarci dritti dritti al modello sudamericano di Berlusconi. Un presidenzialismo di fatto che è già oggi un mostro giuridico e politico, per responsabilità larghe e condivise, e che nessuno può ancora illudersi di addomesticare.

“tratto da www.leftwing.it
pubblicato da lucianoconsoli il 9/11/2010 alle 4:41
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tags: democrazia berlusconi fini governo pd bersani libertà

Rosy Bindi sul caso Santoro-Annunziata

 GAZA: SANTORO;ROSY BINDI,LIBERTA'INFORMAZIONE HA SUOI RISCHI
(ANSA) - ROMA, 16 GEN - "La puntata di Annozero non mi ha entusiasmato. Ci sono stati toni e affermazioni non sempre puntuali ed equilibrati. Ma questi sono i rischi della libertà di nformazione. Rischi che preferisco correre, piuttosto che intaccare l'autonomia di un servizio pubblico che per sua missione istituzionale è chiamato a garantire il pluralismo": lo afferma Rosy Bindi (Pd), Vicepresidente della Camera.(ANSA).

Quanto dovremo aspettare per sapere la posizione ufficiale del PD?
pubblicato da lucianoconsoli il 16/1/2009 alle 16:46
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tags: palestina santoro libertà rosy bindi rai gaza red annunziata

Santoro, Annunziata e la libertà.



Trascrizione del dialogo di ieri sera alla trasmissione di Santoro:
Annunziata: Scusa Michele, ma ti devo disturbare, mi dispiace debbo disturbare la tua trasmissione
Santoro: siamo qui per la libertà.
Annunziata: La trasmissione come l'hai impostata tu fino ad ora è stata al 99,9% tutta mirata, con immagini, interventi ... schierata per la causa palestinese.
Santoro: Ma non si puo... se anche tu devi venire qui a fare l'ospite per dire queste fesserie è veramente una volgarità. Non si accettano piu queste cose. Stai acquisendo dei meriti nei confronti di qualcuno?
Annunziata: Ma come ti permetti.
Santoro: Non sei qui a fare la critica alla trasmissione.. Andiamo avanti, sentiamo i giovani, non sprechiamo tempo.
Annunziata: (si alza e esce)
Santoro: Va beh, arrivederci.

Non so bene se la libertà di critica rientri nella categoria della libertà di cui parla Santoro, ma certo rientra nel nostro, così come la libertà di andare o non andare come ospite ad una trasmissione, alzarsi e andarsene se si viene insultati, e per noi telespettatori scegliere di cambiare canale e magari vederci su RAI extra la replica di Chetempochefa dedicata a Fabrizio De Andrè come ho fatto io ieri sera. In ogni caso un forte abbraccio a Lucia e un consiglio: inviti Santoro alla sua trasmissione e faccia vedere cosa è per noi libertà.
pubblicato da lucianoconsoli il 16/1/2009 alle 9:49
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tags: palestina santoro libertà rai red annunziata
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