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Una nuova classe dirigente globale

Con l'editoriale di oggi sul Cor Sera anche Mario Monti aggiunge elementi all'allarme che da settimane, nel mio piccolo, cerco di lanciare. Ecco le sue parole:

"... un pericolo ancora più grave viene dalle crescenti disuguaglianze, tra Paesi e all'interno dei Paesi. Oltre a causare sofferenze umane e sociali, esse rischiano di scatenare reazioni capaci di far cadere il mondo nel protezionismo e vari Paesi nel caos politico o in regimi non democratici. Secondo una ricerca dell'«Economist Intelligence Unit» ( Manning the barricades: who is at risk), 95 dei 165 Paesi studiati sarebbero a «rischio alto o molto alto» nei prossimi due anni.
Le disuguaglianze tra Paesi sono molto gravi, ma la comunità internazionale quanto meno sa che cosa va fatto per attenuarle. E, sia pure in misura insufficiente, lo fa, ad esempio nel campo del commercio internazionale e dell'assistenza.
Ma per quanto riguarda le disuguaglianze all'interno dei Paesi, cresciute a dismisura, si incontrano difficoltà più profonde, culturali e politiche."

Ci pensate? 95 su 165 Paesi? La vogliono smettere questi pseudo leader di vedere nel loro orticello sotto casa? Abbiamo bisogno, ed in fretta, di una classe dirigente mondiale che:
1- dica la verità alla gente. La festa è finita per molti e non comincerà per chi se l'aspettava. Ma possiamo ancora stare tutti bene e vivere felici e in pace.
2- tolga di mezzo tutti quelli ( banchieri, manager, controllori vari, etc) che hanno gestito il sistema finanziario e bancario fino ad oggi.
3- convochi in permanenza un tavolo ( G20, G30 o 40, quello che sia) per definire le linee dell'intervento globale. Non escano senza una soluzione condivisa. E provino a pensare al mondo intero e non al si salvi chi può.

 Ma c'è questa classe dirigente? Per ora no. Ma non possiamo assistere senza tentare.









pubblicato da lucianoconsoli il 22/3/2009 alle 18:45
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tags: crisi diseguaglianze povertà

circonvoluzioni decrescenti

 



Sono un subacqueo, amo il mare e mi affascina il silenzio che venti metri di acqua sopra la testa ti creano intorno, adoro l’assenza di peso che ti fa librare nel liquido, ammiro le creature che vi vivono, grandi come lo squalo balena ma ancora più quelle microscopiche, quasi invisibili. In questi giorni di amarezza per quel che il mondo sta passando avrei una gran voglia di immergermi, e penso spesso al mare e alle sue bellezze. Oggi, tra una riunione e l’altra, in un ufficio come un altro mi sono distratto ad ammirare uno stupendo caracol dai colori perlacei poggiato su di una scrivania. Mi è tornato in mente allora un brano che avevo letto tanto tempo fa e appena a casa sono andato a rintracciarlo nel libro di Ivan Illich. Eccolo: “La lumaca costruisce la delicata architettura del suo guscio aggiungendo una dopo l’altra delle spire sempre più larghe, poi smette bruscamente e comincia a creare delle circonvoluzioni stavolta decrescenti. Una sola spira più larga darebbe al guscio una dimensione sedici volte più grande. Invece di contribuire al benessere dell’animale, lo graverebbe di un peso eccessivo. A quel punto, qualsiasi aumento della sua produttività servirebbe unicamente a rimediare alle difficoltà create da una dimensione del guscio superiore ai limiti fissati dalla sua finalità. Superato il punto limite dell’ingrandimento delle spire, i problemi della crescita eccessiva si moltiplicano in progressione geometrica, mentre la capacità biologica della lumaca può seguire soltanto, nei migliori dei casi, una progressione aritmetica.” Ho la netta sensazione che questo esempio ci dica molto di più di tanti discorsi di statisti, economisti e opinionisti sulla attuale crisi. Temo che in questi ultimi anni abbiamo tentato di costruire una spira di troppo al nostro guscio che si chiama terra. Stiamo rovinando la nostra vita per inseguire bisogni indotti mentre miliardi di altri esseri umani chiedono di raggiungere i bisogni elementari. Un pianeta finito è incompatibile con una popolazione infinita. Quindi se non vogliamo costringere la metà del mondo alla miseria, con le buone o le cattive, dobbiamo cominciare a pensare a come ridistribuire il benessere disponibile. Per nessuno è facile rinunciare a qualcosa, ma abbiamo veramente bisogno di tutto quello che abbiamo per vivere? Forse dovremmo cominciare anche noi a costruire le nostre circonvoluzioni decrescenti.

pubblicato da lucianoconsoli il 4/3/2009 alle 23:11
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