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Povero Frattini 2

questa la notizia di oggi:

la Nato ha deciso di prolungare per altri 90 giorni la missione militare in Libia, Unified Protector. Lo hanno reso noto fonti diplomatiche. La scadenza, prevista per il 27 giugno, è stata posticipata al 27 settembre. 

E adesso come la mette il povero Frattini con la Lega che già non è molto contenta della sberla elettorale. Le 4 settimane promesse con tanta enfasi e con un voto del Parlamento sono appena passate e adesso ce ne vogliono altre 12. Forse chiedere scusa sarebbe un atto di educazione.
pubblicato da lucianoconsoli il 1/6/2011 alle 19:48
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tags: Libia Frattini lega

Un pensiero per Scajola

Un anno fa manifestavo dei dubbi sulla vicenda Scajola ( http://lucianoconsoli.ilcannocchiale.it/2010/05/04/il_caso_scajola.html ) ma sono rimasto una voce nel deserto anche tra i miei congiunti. Oggi ritorno sull'argomento per il recente ritrovamento della lista della spesa di Anemone. E la domanda è sempre la stessa: dopo un anno di indagini dei magistrati come mai il Signor Scajola non ha ricevuto nessun atto, non è indiziato ne indagato per qualsivoglia reato? E allora ripeto a chi voglia sentire: se crediamo nei magistrati quando indagano su Berlusconi perchè non usiamo lo stesso metro di giudizio su Scajola? E a questo punto dico qualcosa in più: vi è mai passato per la mente che Scajola non è dell'ala dura del Pdl e forse l'ala dura lo ha voluto fare fuori un anno fa da Ministro e adesso che torna sulla scena lo vuole nuovamente neutralizzare con lo stesso metodo? Boffo, Fini e compagnia bella insegnano. Meditate gente, meditate.
pubblicato da lucianoconsoli il 26/5/2011 alle 15:16
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tags: scajola pdl

Vecchia guardia

Starò diventando vecchio, ma nel clima incandescente di questi anni trovo refrigerio solo nelle parole di uomini da rottamare, secondo alcuni presuntuosi, che potremmo chiamare della vecchia guardia. Oggi è il turno di Paolo Cirino Pomicino, il celebre Geronimo di due divertenti libri e di tanti articoli.  E' uno dei 24 uomini politici della prima repubblica che è stato condannato per finanziamento illecito al partito della Dc, ha affrontato il processo con dignità e ha scontato la pena. Dal 2007 ha un cuore nuovo, ma l'acutezza e la verve polemica di sempre. Intervistato oggi da La Stampa ha detto:
" Questi vent'anni saranno seppelliti a breve tra il pianto per le macerie delle Istituzioni e il riso delle tante sciocchezze che vengono dette" 
"Sa cosa avrebbe fatto Berlusconi se fosse stato un democristiano? Avrebbe scelto un nuovo Presidente del Consiglio, conservando la carica di Presidente del partito, avrebbe risolto i suoi problemi giudiziari con dignità e così avrebbe spiazzato tutti."
E ad una domanda sul prossimo ballottaggio a Napoli, la sua città, Pomicino ha risposto:
"Non so dire chi vince, ma di certo chi perde: la città, comunque vada. Da un lato c'è un gruppo dirigente nato e cresciuto a Casal di Principe e Sant'Antimo, non certo la Silicon Valley della politica. Dall'altra un 45enne che si ritiene l'uomo della provvidenza, l'angelo vendicatore, con una idea personalistica rifiuta l'apparentamento col Pd e Sel."
Come dargli torto?
pubblicato da lucianoconsoli il 23/5/2011 alle 13:7
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tags: napoli dc prima repubblica cirino pomicino

Monsieur Battisti ?


Lula ha deciso: il pluri omicida Battisti resta per ora in Brasile. Ne capisco poco di trattati internazionali ma il buon senso mi dice che se un Paese democratico condanna una persona, dopo vari gradi di giudizio, un altro Paese democratico non può rifiutare l'estradizione. Ma ripeto, ne capisco poco e lascio ad altri avventurarsi in queste interpretazioni. Sono però una persona molto curiosa a cui piace ascoltare, e voglio raccontare  una storia che gira in Brasile. Come è noto Battisti è stato molti anni in Francia, tutti lo sapevano e lo accoglievano nei circoli letterari della capitale. A un certo punto è diventato una presenza imbarazzante per i transalpini e gli amici parigini come Fred Vargas hanno pensato bene di farlo partire. Il viaggio verso l'altra parte dell'oceano è stato organizzato sotto il discreto controllo dei servizi anche perché il Battisti è entrato in Brasile con passaporto francese, essendo il suo italiano trattenuto in Francia. All'aeroporto carioca erano ad attenderlo distinti signori che chiamandolo "Monsieur Battisti" gli fanno passare la dogana e lo accompagnano al suo alloggio, già predisposto e organizzato. Per due anni tutto è filato liscio e Battisti ha vissuto tranquillo e beato con passaporto francese in terra brasiliana in una casa che aveva più microspie che libri. Un giorno tornando a casa trova tutto in disordine, le microspie erano sparite e al posto del passaporto francese Battisti ritrova quello italiano. Miracoli della scienza. Il nostro assassino, con insolito acume, intuisce che qualcosa stava per succedere e avvisa subito La cara Fred e gli altri rivoluzionari da salotto parigino. Ma il tempo è tiranno e al mattino seguente, uscendo da casa come ogni mattina, viene avvicinato da agenti dell'Interpol che lo arrestano su mandato di cattura internazionale. A quel punto le cose si mettevano male. Potevano venire fuori le connivenze franco-brasiliane e l'intrigo sarebbe stato veramente internazionale. Ma l'allora Ministro della Giustizia Brasiliano, Tarso Gerso, acerrimo avversario di Lula, indovinate che si inventa? Lo fa arrestare per ingresso illegale, poi condannato a due anni di carcere dalla Corte di Rio, e avendo Battisti chiesto l'asilo politico rovescia su Lula la decisione finale. l'Interpol è fatta fuori, per i momento, c'è tempo per far scomparire tutte le prove dell'intrigo e Lula si becca la patata bollente a fine mandato, anzi nell'ultimo giorno. Ed eccoci qui a richiamare il nostro ambasciatore per consultazione e se fosse per La Russa dichiareremmo anche la guerra al Brasile. E in tutto questo i francesi che dicono?
Comunque buon anno, domani è un altro giorno... si vedrà 
pubblicato da lucianoconsoli il 31/12/2010 alle 15:45
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tags: Battisti Lula Tarso Gerso

un ricordo e un consiglio


Mio nonno materno, si chiamava Giuseppe ma per tutti era Peppe, faceva il ferroviere. Era un bell’uomo, alto e magro, con un portamento naturale che gli conferiva eleganza e dignità. Amava la musica classica, l’operetta, ed era un divoratore di libri. Romano “da sette generazioni” non aveva mai accettato di mettersi la “pecetta”, come la chiamava lui, cioè quel piccolo distintivo che durante il fascismo veniva “consigliato”a tutti di tenere sul bavero della giacca o della divisa. Per questo lo avevano spostato a Sassari a staccare i biglietti sul treno locale Sassari-Macomer. Lì nacque mia madre, che pur avendo vissuto solo pochi anni nella città natale dei Cossiga e dei Berlinguer, andava orgogliosa delle sue origini isolane. Ci penso spesso a mio nonno, non solo perché mi manca ma anche perché i suoi racconti, le sue storie, il suo rigore e il suo spirito libero e indipendente, sembrano così stridentemente in contrasto con quello che mi capita di vivere. I suoi racconti sono stati il mio Salgari, mi hanno fatto sognare avventure che sapevo essere realtà. Mi ha fatto vivere sul fronte del Carso nella prima guerra mondiale e mi sono appiattito con lui in trincea sentendo i morsi della fame. Ho riso delle furbizie per arrivare in fureria per salvarsi la vita e non morir di fame. Ho camminato dopo il coprifuoco per portare messaggi ai compagni dell’antifascismo clandestino. Ho conosciuto quella famiglia di ebrei nascosti in casa nostra e mi sono infilato in quello splendido nascondiglio sotto la finestra della stanza da letto, con un buco per l’aria, che fascisti e tedeschi non hanno mai scoperto. Tutto era bello raccontato da nonno Peppe, anche la fame e la paura, il moschetto e la ritirata nel fango, l’esilio e le bombe. E c’era anche un altro racconto che gli chiedevo spesso di ripetermi. Dai nonno – gridavo - raccontami di quando ti arrestavano perché doveva passare il Duce. E lui, paziente, raccontava. “Eravamo qualche centinaia, non di più, ed eravamo diventati tutti amici. Quando leggevamo su Il Messaggero che ci sarebbe stata un’adunata con il Duce e qualche dignitario straniero preparavamo la nostra piccola valigia. Non sapevi mai quanto prima ci sarebbero venuti a prendere e per quanto ci avrebbero tenuti a Regina Coeli o in qualche altro posto. Così tenevamo sempre pronta la valigia con qualche cambio, non più di due anche perché non li avevamo, un po’ di pane, chi poteva formaggio o addirittura un salame, e qualunque cosa avessimo per stare al caldo. Quando meno te l’aspetti, eccoli a casa senza troppe spiegazioni che portano via con loro. A volte mi vennero a prendere anche sul lavoro, e ti puoi immaginare la faccia dei miei colleghi. Quando tornai al lavoro dopo il primo “prelievo” mi sentivo come un appestato,nessuno mi parlava, nessuno si avvicinava. Poi qualcuno ci ha fatto l’abitudineo ha preso coraggio e le cose sono andate meglio. Una volta raccolti tutti i“sovversivi”, che saremmo stati noi, anarchici, comunisti, socialisti o anche gente che secondo me non c’entrava niente, ci sbattevano in grandi cameroni e ci lasciavano lì. Sapevi quando entravi ma non quando ti lasciavano uscire. E così si cominciava a cercare di passare il tempo. C’era un napoletano che aveva sempre delle carte e apriva la sua bisca. Ci si giocava quello che si aveva, ma le fiches più comuni erano le sigarette. Io non giocavo, non perché non mi piaceva, ma perché mi piace di più fumare e sapevo per certo che avrei perso le mie adorate Alfa. Con un altro gruppo di “sovversivi” avevamo creato quasi un club letterario. Ognuno di noi doveva portare un libro, ci mettevamo in un angolo per non essere disturbati da quelli che urlavano per le carte o per la zecchinetta, e leggevamo dieci pagine a turno, a voce alta. E sai ciacetto che succedeva dopo un po’? (ciacetto era il mio nomignolo che solo lui e mia madre utilizzavano). No nonno dimmelo, che succedeva? Dai racconta, dai – rispondevo come se fosse un coito interrotto-.

Succedeva che quelli che non avevano niente di meglio da fare cominciavano ad avvicinarsi per ascoltare,prima con fare distratto poi sempre più avvinti dalla storia, si accomodavano alla bene e meglio, e per noi fondatori del club quello era il segnale convenuto per far scattare il “reclutamento”. Il primo che finiva le sue dieci pagine, invece di passare il libro al successivo di noi, con fare del tutto normale, lo passava al nuovo arrivato. Dovevi vedere le facce di quei poveretti. Paura, stupore, orgoglio, felicità. In qualche secondo vedevi tutte le emozioni in quei volti, ma mai nessuno si è rifiutato di leggere le sue pagine. Anzi no, due lo fecero, anche rumorosamente, alzandosi e tirandoci il libro. Capimmo solo dopo che non sapevano leggere e li arruolammo nel nostro club “ad onorem” senza obbligo di lettura. Certo non avevamo molti libri a disposizione, ma tra tutti i classici andavano alla grande, Dante, Guicciardini, Cavalcanti, Omero, Stendhal e addirittura il Cantico delle Creature di San Francesco. Era la nostra televisione, passavamo ore a leggere e ascoltare e nessuno fiatava. Nelle pause, per andare a turno al bugliolo a fare pipì, si scatenava il finimondo. Tutti a chiedere, a commentare, a interpretare quello che avevamo appena ascoltato. E questa era la parte più divertente perché noi fondatori potevamo “interpretare”, dare la linea insomma. C’era uno di noi che chiamavamo il professore, anche se era impiegato all’anagrafe, che sapeva parlare veramente bene e convinceva tutti. Un giorno un ciabattino, un vero mago nel riparare le suole, mi prese da parte e mi fece una confessione che non dimenticherò mai: Sor Giuse’ vi posso chieder un favore? Certo, dite Sor Michè- risposi-. Se un giorno non ci porteranno più in galera per far passeggiare il capoccione (così chiamavamo tra noi il Duce) ci potremmo rivedere tutti e continuare a leggere altri libri?. Certo sor Michè, ma voi provate a leggere pure da solo e magari poi ci vediamo e ne parliamo – gli risposi -. Hai capito ciacetto che cosa era successo? Avevamo seminato il grano nel deserto e stavano spuntando le prime spighe”.

Che volete che vi dica, questo racconto mi è tornato in mente proprio oggi quando ho letto di Dasp, “fermi preventivi” e tessere per i manifestanti.  Mi auguro che tutto ciò non avvenga, ma se non riuscissimo a fermarli avrei un consiglio da dare a quei ragazzi che mercoledì potrebbero essere prelevati dalla polizia per non farli partecipare alla manifestazione: portatevi un libro e leggetelo a voce alta. 

pubblicato da lucianoconsoli il 19/12/2010 alle 18:22
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tags: fascismo studenti libertà

Feltri editore di Libero


Breve storia: Dal 2001 il quotidiano è di proprietà del gruppo Angelucci, attivo nel settore della sanità e dell'immobiliare con capo famiglia deputato del Pdl. Con l'aiuto della banca romana Capitalia, gli Angelucci investono 30 milioni nel quotidiano.
Nel 2003 Libero ha preso in affitto la testata «Opinioni nuove». Il quotidiano è diventato ufficialmente il supplemento dell'organo ufficiale del Movimento Monarchico Italiano. In questo modo ha potuto beneficiare di 5.371.000 euro come finanziamento pubblico agli organi di partito, secondo quanto previsto dalla Legge 7 marzo 2001, n. 62. Nel 2004 Libero ha comprato la testata «Opinioni nuove» e si è poi trasformato in cooperativa per ottenere i contributi per l'editoria elargiti alle testate edite da cooperative di giornalisti. Dal 2007 il quotidiano è edito dalla Editoriale Libero s.r.l., che fa capo alla Fondazione San Raffaele, struttura ospedaliera di Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi e incassa 7.794.367,72 euro di contributo pubblico come organo a maggioranza di Fondazione e Ente morale. 
Nei sette anni che intercorrono dal 2003 al 2009, Libero ha beneficiato di contributi pubblici per 40 milioni di euro. Nel 2006 Libero ha chiuso il bilancio con profitti per 187 mila euro.
Una indagine sulla proprietà ha bloccato l'erogazione degli ultimi contributi. Vuoi vedere che adesso si sistema tutto? E volete scommetterci che presto avverrà qualcosa di simile anche a Il Riformista?

chi vivrà vedrà
pubblicato da lucianoconsoli il 19/12/2010 alle 9:25
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tags: contributi editoria feltri angelucci

La ricreazione è finita

La penso esattamente così e visto che c'è chi l'ha scritto, certamente meglio di quanto avrei fatto io, non mi resta che riportarlo integralmente. E fidatevi, di regimi sudamericani un po me ne intendo, vivendoci diversi mesi all'anno.


"Gianfranco Fini ha chiesto le dimissioni di Silvio Berlusconi e l’apertura formale di una crisi di governo, minacciando in caso contrario il ritiro di ministri, viceministri e sottosegretari di Futuro e Libertà. Da vari esponenti dell’opposizione, tuttavia, sono venute reazioni critiche, espresse per lo più con tono di sufficienza, come a dire: beh, tutto qui? Non si capisce che altro avrebbe dovuto dire Fini, per farli contenti. Più che chiedere le dimissioni del presidente del Consiglio, che doveva fare, sparargli? 
Comunque si giudichino il percorso, la strategia e le ultime mosse del presidente della Camera, minimizzare l’accaduto non sembra proprio la scelta più saggia, da parte dell’opposizione, al di là delle ragionevoli cautele (da parte del Pd), delle comprensibili ambiguità (da parte di Fini) e di tutti gli elementi di tatticismo (da parte di tutti) che sono ovviamente più che leciti in una simile partita. Una partita che è ormai per la vita o per la morte. E non soltanto dal punto di vista dei singoli protagonisti, che difficilmente usciranno indenni da un’eventuale sconfitta, si tratti di Silvio Berlusconi, di Pier Luigi Bersani o dello stesso Fini. E’ il futuro del nostro sistema politico che è in gioco. Bersani l’ha detto più volte, ma spesso ha dato anche l’impressione di essersene dimenticato, o magari di non poterne trarre tutte le conseguenze, finendo così per oscillare tra posizioni opposte.
La verità è che si tratta, adesso sì, di “salvare l’Italia”. Di salvarla anche solo dalla più remota possibilità che grazie alla divisione degli avversari, e grazie a una legge elettorale scandalosa, Berlusconi si ripresenti e rivinca con un Pdl epurato di ogni dissidente e con la Lega come unico alleato. E così, anche solo con un terzo dei voti degli italiani, grazie al premio di maggioranza, ottenga la possibilità di eleggersi presidente della Repubblica, e soprattutto di manomettere i pochi elementi di equilibrio, le poche istituzioni di garanzia e i pochissimi contropoteri rimasti. 
Questa è la posta in gioco, che Bersani ha più volte indicato come la minaccia della definitiva torsione populista e plebiscitaria del berlusconismo. Ma se così è, non si può più scherzare. Non è più tempo di piccoli calcoli di bottega, come quelli dei tanti esponenti dell’opposizione impegnati ogni giorno nel fare le pulci a Fini, alle sue contraddizioni, ai suoi passi falsi. Come i dipietristi e come i tanti giovani e meno giovani aspiranti leader del Pd e del centrosinistra, evidentemente più attenti alle sorti del proprio partito, della propria corrente o della propria futura candidatura, che alle sorti del governo e del paese. C‘è da invidiarli, se non altro per la serenità.
Inutile inseguirli. Su quella strada, per quanto Bersani vi si possa inoltrare, non sarà mai abbastanza. C‘è poco da fare: dinanzi alle contumelie lanciate da Matteo Renzi all’indirizzo del presidente della Camera, direttamente dalla sua convention fiorentina, impallidiscono perfino i giudizi di Gaetano Quagliariello. Come se non bastassero già Feltri e Belpietro.
Adesso, però, la ricreazione è finita. E bisogna essere chiari: la minaccia del “cappotto berlusconiano” è la principale minaccia allo stesso ordine costituzionale del paese, e impone pertanto alle opposizioni di tentare ogni strada, ogni mossa e ogni accordo possibile per cambiare innanzi tutto l’attuale legge elettorale. Ma non dipende certo dall’impossibilità, per gli elettori, di scegliersi i propri parlamentari. Questa è senza dubbio un’aggravante, ma non cambia la sostanza del problema, che dipende dal premio di maggioranza. E che non cambierebbe granché nemmeno con il ritorno al tanto decantato Mattarellum.
Non è più tempo di pierini e di professori innamorati delle proprie teorie. Qualsiasi legge elettorale costringa gli avversari di Berlusconi alla scelta tra presentarsi divisi e un’alleanza innaturale come quella che andasse da Nichi Vendola a Gianfranco Fini (o anche solo, e peggio, da Bersani a Fini) fa semplicemente il gioco di Berlusconi, rende più probabile la sua vittoria e cioè lo scenario di un “cappotto istituzionale” che non può lasciare tranquilla nessuna persona responsabile. Nemmeno a destra. E infatti, a destra, qualcosa si è mosso. Tutto si può dire, ma non che Fini non abbia fatto la sua parte: i suoi uomini si muovono ormai attorno a Berlusconi come il transition team di un nuovo governo. E’ la sinistra, invece, che non sta facendo fino in fondo la sua parte. 
E’ venuto il momento di affrontare il problema, innanzi tutto nel Pd, isolando i mullah del maggioritario e i kamikaze del bipolarismo a tutti i costi, con la loro frenesia per il “modello americano”, la “governabilità” e la “democrazia decidente”, che rischiano di portarci dritti dritti al modello sudamericano di Berlusconi. Un presidenzialismo di fatto che è già oggi un mostro giuridico e politico, per responsabilità larghe e condivise, e che nessuno può ancora illudersi di addomesticare.

“tratto da www.leftwing.it
pubblicato da lucianoconsoli il 9/11/2010 alle 4:41
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tags: democrazia berlusconi fini governo pd bersani libertà

Rileggendo Pericle


Discorso agli Ateniesi - 461 a.c.

"Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.
Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così."
pubblicato da lucianoconsoli il 28/5/2010 alle 11:28
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tags: atene pericle

Contributi editoria e controlli

La notizia che segue dimostra che invece di buttare il bambino con l'acqua sporca, Tremonti e Bonaiuti potevano fare i controlli e colpire i truffatori.

(ANSA) - ROMA, 4 MAG - I fatti contestati dal pm Simona
Marazza fanno riferimento - è detto in un comunicato diffuso
dalla procura - al periodo che va dal 2002 al 2007 e "per
analoghi tentativi susseguitisi fino all'anno in corso, in danno
dello Stato- presidenza del Consiglio dei ministri -
Dipartimento per l'Informazione e l'Editoria, da parte delle
società editrici Nuova Editoriale Oggi Srl ed Editoriale
Ciociaria Oggi Srl". 
   La Guardia di finanza di Roma, Nucleo speciale polizia
valutaria, "ha eseguito oggi a Roma, Milano e altrove, decreto
di sequestro preventivo fino alla concorrenza di importo
equivalente al danno, su immobili, quote societarie, conti
correnti e imbarcazione di lusso. Il sequestro ha riguardato
beni riconducibili, attraverso intestazioni ritenute fittizie,
al soggetto rilevato come effettivo proprietario delle società
editrici".
   Gli indagati rispondono del reato di truffa per gli anni che
vanno dal 2002 al 2007 e di tentata truffa per il periodo
2008-2010. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti le
società editoriali effettuavano richieste di finanziamenti in
modo non conforme alla legge sull'editoria del 1990.
   Il sequestro non comprometterà la funzione operativa delle
società interessate dal provvedimento dell'autorità
giudiziaria. L'indagine è partita da una iniziativa delle
fiamme gialle finalizzata alla verifica sui contributi per
l'editoria.(ANSA)

pubblicato da lucianoconsoli il 4/5/2010 alle 15:48
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tags: contributi editoria ciarrapico tremonti bonaiuti

il caso Scajola

Scajola si è dimesso. Meglio tardi che mai. Nel comunicato letto ai giornalisti ha tracciato la linea della sua difesa: cercavo casa, me ne hanno indicata una alla pia portata, 600mila euro, ho acceso un mutuo e firmato il rogito per quella somma. Qualcuno ha pagato altri soldi per quella casa a mia insaputa, magari per ricattarmi o tenermi sotto pressione. Se così fosse annullerei l'atto di acquisto. Certo non capita a tutti che qualcuno paghi di nascosto più del 50% del prezzo senza dircelo o magari farcelo sapere in maniera discreta. Poi ci sono i famosi assegni, e la congruità del prezzo e tanto altro. Ma è legittimo che l'ex ministro si difenda.
Da quando è iniziata questa storia però sento che continua ad esserci qualcosa che non funziona. Secondo voi è normale che per dieci giorni escano notizie, dichiarazioni e riscontri che dovrebbero essere protetti dal secreto istruttorio senza che l'interessato riceva nulla, ma proprio nulla, dalle autorità giudiziarie che stanno indagando? Pensate per un momento se succedesse a uno di noi. Parliamo di stato di diritto, di garanzie, di uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e ci opponiamo a chi vuole essere più uguale degli altri. Ma non riesco ad accettare che i processi si facciano sui giornali. Sono loro infatti che ti avvisano dei possibili reati, loro che riportano i vari interrogatori e testimonianze, loro che emettono il giudizio. Ma non me la prendo con i giornalisti ( almeno questa volta). Fanno il loro mestiere di cercare e diffondere le notizie. Quello che non accetto è che alcuni organi della giustizia utilizzino i giornali invece dei normali e corretti procedimenti di garanzia. Se ti indago ti avviso con la carta bollata e non con un articolo di giornale. Se ti interrogo pongo il segreto alle tue dichiarazioni  (anche perché ci potresti rimettere anche la pelle in qualche caso). Se ti accuso debbo darti la possibilità di difenderti, mettendoti a disposizione tutte le prove a tuo carico. Sono elementi essenziali di una democrazia garantista. Ma anche nel caso Scajola non si sono applicate. E questo è un grave danno alla democrazia e alla libertà individuale di ognuno di noi. Aggiungo anche che simili procedure non aiutano la ricerca della verità.  
pubblicato da lucianoconsoli il 4/5/2010 alle 12:27
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tags: Scajola
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