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In ricordo di Ellacuria



A vent'anni esatti dall'assassinio di padre Ignacio Ellacuria, di altri cinque suoi confratelli e di due donne, il Presidente de El Salvador Mauricio Funes, eletto con la coalizione del Fronte Farabundo Martì ricorda i martiri con la massima onorificienza nazionale. Noi lo ricordiamo con Emanuele Maspoli e un suo recente libro.
pubblicato da lucianoconsoli il 18/11/2009 alle 5:45
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La IV Conferenza Italia - America Latina

pubblicato da lucianoconsoli il 17/11/2009 alle 15:29
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Honduras: scende in campo Lula

Manuel Zelaya, il deposto Presidente dell'Honduras, da qualche ora è nell'ambasciata del Brasile di Tegucigalpa. Appena si è diffusa la notizia i suoi sostenitori si sono riuniti fuori dell'ambasciata e sono stati dispersi dalla polizia con cariche e lancio di lacrimogeni. Il presidente pro-tempore Roberto Micheletti ha chiesto al Brasile la consegna di Zelaya che è stato accusato di numerosi reati contro la Costituzione. Hillary Clinton e Barroso a nome dell'Unione Europea hanno invocato "una soluzione negoziata dell'attuale situazione di crisi in Honduras". Il Presidente brasiliano Lula ha invece dichiarato che "non possiamo accettare che qualcuno che crede di avere il diritto di rimuovere dall'incarico una persona eletta democraticamente possa mettere al suo posto una persona che ritiene di essere migliore" e subito dopo ha aggiunto che "Brasile e Stati Uniti debbono lavorare insieme a favore della democrazia in America Latina".
Fin qui i fatti e le dichiarazioni. Ora proviamo a capirci qualcosa. La prima domanda è che cosa ci stava a fare Zelaya in Honduras? Si, perchè dopo il balletto estivo di Zelaya alla frontiera con il Nicaragua, o i voli aerei nel cielo di Tegucigalpa, tutto il mondo aveva sconsigliato il presidente a riprovarci. Sembra invece che da tre giorni fosse clandestinamente entrato in Honduras e quando se l'è vista brutta si è rifugiato nell'ambasciata brasiliana. A questo punto le domande si moltiplicano. Chi sapeva del suo ingresso? Possibile che la Cia non ne fosse informata? O che Zelaya non avesse detto a nessuno della sua intenzione? Possibile certo ma non probabile. Ma la domanda più importante viene adesso. Perchè ha scelto il Brasile? ovvero il paese latino americano più cauto su tutta la faccenda e più vicino agli Stati Uniti? E non venitemi a dire perchè i suoi "amici bolivariani" hanno chiuso le ambasciate perchè non è vero, anzi continuano imperterriti a finanziare i movimenti pro Zelaya e a mestare nel fango del povero paese centro americano. Ho fatto qualche telefonata in giro per il sud america ai miei amici ben informati e la sensazione prevalente è che questa operazione è la prima vera scesa in campo dell'asse Lula-Obama. A risolvere il caso Honduras ci aveva provato l'organizzazione degli Stati Americani, ma l'influenza di Chavez è ancora talmente forte che ha reso impotente ogni tentativo e ha manifestatamente dimostrato che questi organismi, così come sono oggi, non sono in grado di gestire crisi complesse come quella honduregna. A questo punto Lula e Obama hanno stretto un patto " per lavorare insieme a favore della democrazia in America Latina" come ha dichiarato Lula e hanno fatto rientrare Zelaya e se lo tengono stretto e sotto controllo nell'ambasciata. La prova del nove di questa ipotesi l'avremo nei prossimi giorni. Zelaya è ancora il Presidente legittimo, è nel suo paese e può quindi emanare ordini e disposizioni, prima tra tutte quella di indire nuove elezioni. Micheletti lo ha già fatto, per il prossimo novembre, ma l'esito di tale competizione non sarebbe potuta essere riconosciuta dal mondo esterno. Ma elezioni indette dal Presidente legittimo nessuno potrebbe contestarle. Certo, mi rendo conto che sembra una pantomima, ma a volte le apparenze in diplomazia contano più dei fatti. Staremo a vedere.
pubblicato da lucianoconsoli il 22/9/2009 alle 16:28
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Chavez si arma e Lula si difende



"Il presidente del Venezuela, Hugo Chavez, ha annunciato l'acquisto dalla Russia di missili con una gittata di 300 chilometri. "Abbiamo firmato degli accordi militari con la Russia", ha dichiarato parlando ai suoi sostenitori dal balcone del palazzo presidenziale di Caracas, al ritorno da Mosca, "sapete che gittata hanno? 300 chilometri e non mancano l'obiettivo". Chavez ha assicurato di "non voler attaccare nessuno" e ha spiegato che le nuove armi saranno usate "contro qualsiasi minaccia, da dovunque possa arrivare".

Negli ultimi mesi e' salita la tensione tra il leader populista bolivariano e la Colombia, che ha firmato un accordo militare con gli Usa che prevede la presenza di soldati americani in molte sue basi per la lotta al narcotraffico e alla guerriglia di sinistra. Il presidente venezuelano non ha fornito dettagli sulle armi acquistate da Mosca, ma negli ultimi anni Caracas ha gia' investito 4 miliardi di dollari per il suo arsenale che comprende anche 24 caccia Sukhoi Su-30, decine di elicotteri e 100mila fucili d'assalto AK. Il Paese latino americano e' anche in trattativa per la fornitura di 100 carri armati T-72 e T-90."

Questa notizia arriva dopo quelle dell'acquisto di armi anche dalla Cina e dall'Iran, una vera escalation militare del caudillo venezuelano, che come è stato dimostrato ampiamente rifornisce anche le Farc e le altre organizzazioni paramilitari legate al narcotraffico. Immagino che Oliver Stone su questo argomento non girerà nessun film e i plaudenti del festival del Cinema di Venezia diranno che Chavez fa bene, per difendersi dall'imperialismo di Obama.Il problema è che nel raggio di 300 chilometri c'è anche il Brasile di Lula, che sempre in questi giorni, oltre a scoprire enormi giacimenti di petrolio nel mare di fronte a Rio de Janeiro ha anche firmato con i francesi un contratto per acquisto di sommergibili ed aerei da guerra.

pubblicato da lucianoconsoli il 13/9/2009 alle 10:15
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Cafè Latino 3° puntata

pubblicato da lucianoconsoli il 30/7/2009 alle 15:26
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Questa volta in Paraguay.

Domani parto per Argentina e Paraguay. Saranno pochi giorni ma molto intensi. Nei giorni a cavallo tra la fine di aprile e i primi di maggio sarò a Ciudad del Este, la piccola città fondata appena 50 anni fa esattamente nel punto di incontro delle tre frontiere tra Brasile, Argentina e Paraguay. Ciudad del Este è un porto franco, celebre alle cronache per essere il paradiso dei trafficanti di tutto il mondo. Dalle armi alla droga, dall'elettronica alle automobile, puoi trovare di tutto a prezzi veramente imbattibili. Ovviamente si prendono anche grandi fregature e l'ambiente non è sempre dei piu raccomandabili. Ma per qualche giorno Ciudad del Este ospiterà esperti e autorità dei tre paesi frontelieri nel I° Foro de Cooperacion Transfronteriza Argentina-Brasil-Paraguay,  promosso dal Cespi, il Centro Studi di politica internazionale italiano diretto dal mio caro amico Josè Luis Rhi-Sausi. Il Foro è una delle tante iniziative preparatorie della IV Conferenza Italia-America Latina che si terrà ad Ottobre di quest'anno a MIlano.
Ovviamente avrò con me gli strumenti del mestiere, la mia Nikon e la telecamera di RED Tv per documentare e intervistare e con l'occasione potrò rivedere molti amici. Nell'ambito del Foro si terrà poi una sezione molto speciale sulla "tratta delle persone". Infatti a Ciudad del Este non si vendono solo cose ma anche persone. Dopo la vendita dei bambini in Guatemala di cui ho già parlato, questo è un nuovo tassello della mercificazione umana che spero di poter documentare e raccontare.

pubblicato da lucianoconsoli il 25/4/2009 alle 22:44
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Quel che conta è il gesto: l'ignoranza al potere


 
Il solito Hugo Chavez, tanto per non farsi notare ( mi ricorda sempre di piu il nostro Berlusconi nei vertici ufficiali), mentre tutti erano già seduti al tavolo a ferro di cavallo predisposto per l'occasione dell'incontro degli Stati Americani a Trinidad y Tobago, si è alzato dal suo posto e ha raggiunto Obama seduto al suo. Poggiando la mano sulla spalla al Presidente americano ( non vi ricorda le pacche del nostro Premier?) gli ha offerto un libro. Obama, cortesemente si è alzato in piedi, mentre tutti i leader osservavano la scena con immensa libidine del Chavez, ha preso il libro e si è offerto alle telecamere e agli obiettivi fotografici. Non siamo in grado di sapere quali frasi di circostanza si sono scambiati i due, ma sembra che Obama all'inizio avesse pensato ad un libro del capo delle camice rosse venezuelane, che come le opere del mai dimenticato coreano KimHilSung, sono state stampate in qualche miliardo di copie a spese dei contribuenti venezuelani. E invece no, il Chavez aveva regalato a Obama nientepopodimenochè un capolavoro della letteratura latino americana: Le vene aperte dell'America Latina di Eduardo Galeano., L'opera è stata pubblicata per la prima volta nell'anno 1971, quando nel continente latino americano c'erano piu dittature che democrazie. L'opera non poteva circolare durante le dittature militari sudamericane ( Cile e Argentina tra le prime) perché "strumento di corruzione della gioventù". Ma come il nostro amato Presidente operaio, ferroviere, calciatore e via dicendo, probabilmente Chavez non conosce bene ciò di cui parla, o non legge i libri che regala. Se è vero infatti che Galeano è un simbolo dell'emancipazione del Latino America e della denuncia dei misfatti nord americani, è pur vero che Eduardo Hughes Galeano , uruguayano dal bel volto segnato dai suoi 69 anni di impegno civile e letterario, è anche un vero democratico che ha saputo dire e scrivere cose veramente forti contro il regime Castrista a Cuba. Cito solo un brano di una sua intervista di anni fa a Il Manifesto, esattamente di 6 anni fa, il 18 aprile del 2003, nel quale Galeano scriveva:
Il ventesimo secolo e questo scampolo del ventunesimo ci hanno dato testimonianza di un doppio tradimento del socialismo: la destabilizzazione della democrazia e il disastro degli stati comunisti trasformati in stati polizieschi. Molti di quegli stati si sono già disintegrati, senza infamia e senza lode, e i loro burocrati riciclati servono il nuovo padrone con entusiasmo patetico. La rivoluzione cubana nacque per essere diversa. Sottoposta a un'incessante pressione imperiale, è sopravvissuta come ha potuto e non come avrebbe voluto. Si è molto sacrificato quel popolo, intrepido e generoso, per continuare a stare in piedi in un mondo pieno di prostrati. Ma nel duro cammino che ha percorso in tanti anni, la rivoluzione ha perso progressivamente il vento della spontaneità e della freschezza che al principio l'aveva sostenuta. 
Lo dico con dolore. Cuba ci fa male. La cattiva coscienza non m'imbroglia la lingua per ripetere quel che ho già detto all'interno e fuori dell'isola: non credo, non ci ho mai creduto, alla democrazia del partito unico, e non credo neppure che l'onnipotenza dello stato sia la risposta all'onnipotenza del mercato..... Ma le rivoluzioni vere, quelle che si fanno dal basso e dall'interno come si fece la rivoluzione cubana, hanno forse bisogno di imparare cattive abitudini dal nemico che combattono? La pena di morte non si può giustificare, ovunque venga applicata. Credo al sacro diritto all'autodeterminazione dei popoli, in qualunque luogo e in qualunque tempo. Posso dirlo, senza che niente mi tormenti la coscienza, perché l'ho detto pubblicamente ogniqualvolta questo diritto è stato violato in nome del socialismo, con gli applausi di un vasto settore della sinistra, come successe, ad esempio, quando i carri armati sovietici entrarono a Praga nel 1968, o quando le truppe sovietiche invasero l'Afganistan alla fine del 1979. A Cuba sono visibili i segni della decadenza di un modello di potere accentratore, che trasforma in merito rivoluzionario l'obbedienza agli ordini che vengono calati dall'alto.
Questo è Eduardo Galeano, un fiero nemico delle dittature vere e mascherate, dei partiti stato, di ogni potere che limita l'espressione e la libertà. Insomma è un fiero avversario di Fidel Castro e di Hugo Chavez. Ma Chavez questo o non lo sa o non gli interessa. Quel che conta è il gesto plateale, intanto neanche chi scrive le notizie si va piu a documentare.

 

 

pubblicato da lucianoconsoli il 19/4/2009 alle 13:27
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Simpatia cosmica

 «A volte ci siamo disimpegnati, a volte abbiamo cercato di imporre la nostra volontà, ma da oggi non c'è più un partner maggiore e uno minore nei nostri rapporti». Con queste parole Barak Obama ha sintetizzato la nuova politica americana nel summit dei Paesi dell'America Latina. Ha riconosciuto gli errori e anche le atrocità di cui le passate amministrazioni USA si sono macchiate, dalle invasioni militari fino al sostegno dei dittatori e ai tentativi di assassinio di alcuni leader. Ma soprattutto ha riconosciuto la pari dignità di tutti gli interlocutori. "Questo è un nuovo inizio" ha detto Barak Obama alla riunione dell'OAS mettendo simbolicamente fine alla teoria del cortile di casa. L'America Latina da oggi è piu libera, ha conquistato la pari dignità, Messico, Brasile e Argentina sono definitivamente nel G20, per la prima volta non c'è un paese del sud america dove non si svolgano elezioni.  Octavio Paz in un suo splendido saggio tempo fa scriveva: Gli Stati Uniti sono sempre presenti tra noi, anche quando ci ignorano o ci voltano le spalle: la loro ombra copre tutto il continente: E' l'ombra di un gigante. L'idea che abbiamo di questo gigante è la stessa che appare nelle favole e nelle legende: Un grandiglione generoso e sempliciotto, un ingenuo che ignora la propria forza e che non è difficile da ingannare, ma la cui collera ci può distruggere. Paz concludeva il suo saggio con un inno poetico al dialogo, ripreso addirittura da Marco Aurelio, che sembra scritto per questa occasione: Quando spunta l'alba, bisogna dire a stessi: incontrerò un indiscreto, un ingrato, un perfido, un violento... Conosco la sua natura: è della mia razza, non per sangue nè per seme, ma perchè entrambi di una mente e di una funzione che è divina. Siamo nati per collaborare come i piedi e le mani, gli occhi e le palpebre, i denti superiori e quelli inferiori. Il dialogo non è se non una delle forme, forse la più alta, della simpatia cosmica.
Octavio Paz sarebbe molto felice oggi.
pubblicato da lucianoconsoli il 19/4/2009 alle 11:30
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Obama e Chavez: che stomaco.

 

Qualche mese fa Chavez aveva galvanizzato le folle delle sue camicie rosse minacciando "el Senor Obama". Ieri gli ha stretto la mano sussurrandogli: voglio essere tuo amico. Oltre al fatto che non comprerei una auto usata da Chavez debbo riconoscere ogni giorno di piu che la politica non fa per me. Capisco che è la strada giusta, parlare con l'Iran, con Chavez e tutto il resto, ma ci vuole uno stomaco che non mi appartiene. Comunque meno male che c'è Obama. E speriamo che anche Raul non ascolti i cattivi consigli del piu celebre fratello Fidel e non si faccia tirare troppo la giacchetta. Cuba non ne puo piu, e anche i cubani vogliono entrare nel XXI secolo.
pubblicato da lucianoconsoli il 18/4/2009 alle 13:41
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Una donna straordinaria


 
Ieri sono stato a Ginevra, nello storico Palais Wilson, la prima sede delle Nazioni Unite ed oggi sede dell'Alto Commissariato per i diritti dell'infanzia. Ero lì per registrare una intervista che andrà in onda su Red tv nelle prossime settimane alla Vice Presidente del Comitato, la paraguayana Rosa Maria Ortiz, una donna straordinaria che pochi conoscono ma che svolge un lavoro silenzioso preziosissimo. Rosa Maria non è un funzionario dell'Onu ne dell'Unicef, ma solo un esperto indipendente, come tutti i membri dell'Alto Commissariato, che percepiscono un rimborso spese solo nei tre mesi all'anno che per regolamento debbono risiedere a Ginevra per lo svolgimento delle sedute del Comitato. In realtà Rosa Maria dedica tutto il suo tempo alla causa dei diritti dei bambini, e quando non risiede a Ginevra gira per tutta l'america latina ad incontrare le autorità dei vari paesi e soprattutto le ong impegnate sul territorio. Per svolgere questa "missione" Rosa Maria ha trasformato la sua casa in Paraguay in un piccolo ostello e invece di risiedere in hotel e mangiare al ristorante, nei tre mesi a Ginevra vive in una casa che amici le mettono a disposizione. E' una donna mite, parla con voce calma e serena anche quando ti racconta storie alluccinanti di traffico di organi e di sfruttamento di bambini. Nelle diverse ore che abbiamo passato insieme ho colto solo due volte un lampo di rabbia nei suoi occhi: quando testimoniava che molto spesso sono donne quelle che trafficano in adozioni illegali e quando mi raccontava della prepotenza del Brasile rispetto allo sfruttamento energetico di alcuni grandi fiumi del Paraguay. Ma la cosa che forse mi ha colpito di piu è stato il racconto, molto personale, di come, sotto la dittatura che ha martoriato per decenni il suo paese, è arrivata ad occuparsi dei diritti dei bambini. Come per molti di noi, Rosa Maria ha dovuto affrontare una situazione personale, un marito legato alla dittatura che l'ha denunciata come "comunista" per toglierle il proprio figlio. Da giovane madre disperata ha cominciato a studiare il problema, a consultare esperti, leggi, regolamenti. Si è resa conto che quello che lei stava passando era comune a milioni di donne, di famiglie, e soprattutto di bambini. La dittatura non permetteva organizzazioni sociali o politiche, ma lasciava una limitata libertà d'intervento alle associazioni cattoliche,  ed è con una di queste che Rosa Maria si fa le ossa sul campo per aiutare gli altri. Da allora non ha piu smesso di battersi per i diritti dei bambini, e ora come allora si indigna se in un documento ufficiale dell'Alto Commissariato qualcuno traduce la parola "bambini" con "minori",  o come è avvenuto in Italia si usa "fanciullo" invece di bambino, adolescente o ragazzo. Ce ne fossero di donne e uomini così. Vivremmo in un mondo migliore.

pubblicato da lucianoconsoli il 31/1/2009 alle 14:15
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tags: Rosa maria Ortiz onu paraguay america latina bambini
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