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Honduras: golpe su golpe

Quello a cui stiamo assistendo in Honduras non è un golpe di Stato, ma ben due illegalità che si sovrappongono e minacciano la fragile unità raggiunta nel continente latino americano in questi ultimi mesi. Vediamo i fatti: il Presidente eletto Manuel Zelaya propone un referendum popolare che si doveva tenere proprio oggi, 28 giugno 2009, per cambiare la Costituzione dell’Honduras in modo da poter eliminare l’impossibilità di rielezione per più mandati allo stesso Presidente. Esattamente quello che ha fatto qualche mese fa il suo protettore e gran elemosiniere di petrolio Hugo Chavez. Il Congresso dello Stato ( il Parlamento eletto ) non appoggia la proposta del Presidente e all’interno dello stesso partito di Zelaya molti si dichiarano contro. Il Tribunale Supremo Elettorale dichiara illegittima la consultazione referendaria e si appella alla Corte Suprema della Fiscalità ( che presiede all’applicazione delle leggi) che da ragione al Tribunale Elettorale. Ma Zelaya si appella al popolo e tira dritto sostenendo in un recente comizio che bisognava passare dalla democrazia rappresentativa a quella partecipativa, mettendo in discussione quindi anche il Congresso dei deputati eletti dal popolo. A questo punto il Presidente, come capo supremo dell’esercito ordina al capo di Stato Maggiore dell’esercito di procedere con la preparazione del referendum. Il Capo di Stato maggiore si rifiuta e Zelaya lo destituisce. A questo punto lo stesso Ministro della Difesa del governo del Presidente Zelaya si dimette e la Corte Suprema di Giustizia ordina il reintegro del capo di Stato Maggiore dell’esercito.  Un vero e proprio scontro istituzionale che vede da una parte il Presidente che chiede la rielezione e il cambio di Costituzione e tutti gli altri organi costituzionali dall’altra. In una democrazia solida si sarebbe avviato un processo di messa in stato d’accusa del Presidente, un Impeachment insomma che avrebbe chiarito le posizioni e salvato la democrazia. Ma l’Honduras è una giovane democrazia e il referendum incalzava e così nella notte prima delle elezioni, su ordine della Suprema Corte di Giustizia, l’esercito esce dalle caserme, arresta il Presidente e lo deporta nella vicina Costarica. Poche ore dopo, mentre da Tegucigalpa, capitale del Costarica, Zelaya in una conferenza stampa si dice ispirato dalla “voce di Dio e del popolo” ( ricorda purtroppo anche questo il nostro unto dal signore), il congresso dei deputati dell’Honduras, all’unanimità, dichiara destituito Zelaya e elegge il nuovo Presidente nella persona di Roberto Micheletti, Presidente del Congresso stesso. Chavez prende la palla al balzo e fa il suo show, dichiarando che è colpa degli americani, ma quando Obama si dice preoccupato e Hillary Clinton e Dan Restrepo, responsabile della Casa Bianca per l’America latina, dichiarano che deve essere ristabilita la legalità e che nel bene e nel male gli USA non interverranno, allora Chavez ci ripensa e minaccia di guerra l’Honduras se non rilasciano il suo Ambasciatore (che ovviamente nessuno ha toccato). Insomma la sintesi è la seguente: Zelaya ha commesso un delitto contro la Costituzione (art. 4, 321, 322 e 323 della stessa che proibisce a chiunque, anche al Presidente, di disobbedire ai tre poteri, legislativo,esecutivo e giudiziario), ma i tre poteri hanno commesso un delitto facendo intervenire l’esercito, occupando il palazzo presidenziale e destituendo il Presidente senza regolare imputazione e giudizio. Insomma una brutta storia che ci riporta indietro di tanti anni e da fiato alle ali più populiste e demagogiche del continente latino americano. E ovviamente non poteva mancare il prode Fidel redivivo, dopo aver fatto ammalare per punizione il fratellino Raul.

Pubblicato il 29/6/2009 alle 3.22 nella rubrica Mi casa es tu casa.

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